Ritratto dell’amministrazione Biden da giovane

Commento di Romeo Orlandi. La politica estera della Casa Bianca di fronte a scelte difficili ma ineludibili. Il nuovo segretario di Stato Anthony Blinken sa che la posta in gioco è molto alta, soprattutto nei complessi rapporti con la Cina. Non ci sono solo gli aspetti commerciali, ma d'altro canto la globalizzazione è qui per restare.

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di Romeo Orlandi*

(WSC) ROMA – Il solo cambio di slogan sarebbe epocale. Se Trump ripeteva America First, Biden ora rilancia con Diplomacy First. Nella raffica di Presidential Order dei suoi primi giorni, il nuovo Presidente sembra voler smantellare velocemente l’impianto del suo predecessore. In politica estera, la nuova adesione agli accordi di Parigi sul clima e il re-ingresso nella OMS sono segnali inequivocabili: le difficoltà vanno gestite, le trattative riprese, le tensioni abbassate. Le dichiarazioni programmatiche confermano un passaggio cruciale dall’isolazionismo al multilateralismo. Trump si gloriava di non aver ordinato alcun attacco militare, di essere dunque una colomba che evitava la guerra soltanto mostrando i muscoli. Non si era ovviamente convertito al pacifismo. Riteneva soltanto – probabilmente consigliato da generali e ambasciatori – che gli interventi sarebbero stati avventure militari senza certezza di vittoria, danno morale e materiale per il suo paese. Preferiva dunque la guerra a parole, quella commerciale o ideologica, dove il terreno dei social media si prestava  meglio di quanto abbiano potuto fare gli scarponi chiodati.

Blinken, un diplomatico di carriera

Senza dubbio la politica estera degli Stati Uniti guadagnerà stile, migliorerà nella comunicazione, addirittura nel lessico. Si rintraccerà un filo logico, assisteremo a meeting forse più noiosi e meno spettacolari. Difficilmente si vedranno pacche sulle spalle scambiate con Kim Jong-un, photo opportunity inconcludenti, buone soltanto in Nord Corea. La sostituzione di Mike Pompeo è certamente indicativa. Anthony Blinken – il nuovo Segretario di Stato – è un diplomatico di carriera che ha servito in varie amministrazioni democratiche. La sua famiglia – di origini ebree centro-europee – ha conosciuto le persecuzioni e la morte dal nazismo; i suoi familiari superstiti sono stati ambasciatori. Blinken parla francese, ha vissuto all’estero, è aperto a influssi internazionali; presenta dunque un pedigree inappuntabile per una politica estera da rinnovare per la presenza di un mondo multipolare e spesso conflittuale. Intriso di spirito americano, cresciuto nella convinzione che la democrazia sia al tempo stesso un valore e una forza, rappresenta al meglio l’ambizione di coniugare per il suo paese i principi morali e gli interessi, l’hard e il soft power. I primi segnali non lasciano dubbi: riprendere il dialogo con l’Europa, tra alleati storici; non flettere di fronte all’avanzata della Cina; rivitalizzare il processo di pace in Medio Oriente senza fermarsi agli Accordi di Abramo e al sostegno all’Arabia Saudita, mantenere il legame storico con Israele, non togliere mattoni dal muro contro Mosca.

Anthony Blinken, Segretario di Stato dell’Amministrazione Biden.

Se la differenza con l’erraticità di Trump può apparire plateale, i risultati non sembrano di sicuro raggiungimento. Probabilmente la sfida principale per la politica estera Usa sarà ridurre lo scarto tra le ambizioni e le realizzazioni. All’approccio negoziale dovrà unirsi un realismo di fondo, imperniato sulla necessità di dialogare con tutti proprio per l’insufficienza dell’unilateralismo. Ciò che da Trump sembravano i sussulti di una potenza declinante, per Biden e Blinken diventa lo stimolo per ridisegnare scenari mobili e assetti variabili, dove per la prima volta l’unica superpotenza planetaria è costretta paradossalmente a scendere a patti con tutti gli attori.

Asprezze possibili tra Washington e Berlino

Con l’Europa il percorso è relativamente semplice. È innegabile l’esistenza di interessi divergenti, ma non contrastanti. L’amicizia e la comunanza di ideali sono stati soltanto scalfiti dall’esuberanza retorica degli ultimi anni. Tuttavia, non bastano più l’affinità ideologica e l’appartenenza al mondo occidentale a garantire l’alleanza. Nella globalizzazione gli interessi dei singoli paesi valicano la fisionomia politica e consentono un pragmatismo inedito. Il terreno della trattativa si sposta dunque sui versanti economici, sui rapporti con la Cina, sugli accordi commerciali, sulla protezione ambientale. È verosimile che le frizioni diminuiranno o verranno nascoste per far luogo a un fronte il più possibile coeso. Da questo punto di vista è possibile che le asperità maggiori si registrino con Berlino, da tempo convinto di un rapporto realistico – e dunque interessato – con Pechino.

Molto più difficoltosa appare la gestione dei rapporti con il gigante asiatico.  In via di principio, la Casa Bianca sembra disposta a prendere una posizione ancora più severa, basata sui fatti e non sulla propaganda. La risposta di Trump viene considerata debole, l’accordo commerciale addirittura una débâcle. Secondo Blinken non ha fornito una risposta strutturata ma episodica alle mancanze della controparte. Riemerge una contrapposizione alla Cina più forte nel campo democratico rispetto all’imprenditoria industriale rappresentata dai repubblicani. Il partito di Biden è anticinese nelle sue componenti più forti. I liberal criticano Pechino per la violazione dei diritti umani, la repressione degli Uiguri, l’intervento a Hong Kong. La base operaia e sindacale contesta la concorrenza sleale che favorisce la delocalizzazione. La Cina è accusata di far chiudere le fabbriche e perdere posti di lavoro. In via di principio, ogni percorso negoziale appare in salita.

I sistemi economici di Occidente e Asia sono altamente integrati

Tuttavia, su un tema più concreto Blinken rispolvera l’arte negoziale, come quando afferma che il decoupling sarebbe un errore. Ricercarlo nella sua totalità, imporlo come finalità estrema, diventerebbe irrealizzabile e controproducente. Sa bene che il disallineamento delle economie rimarrebbe un sogno, che il disaccoppiamento dalla Cina un wishful thinking. È consapevole che lo slogan di Trump serviva solo a intercettare voti, ma che i sistemi produttivi di Cina e Stati Uniti – e più in generale tra l’Occidente e l’Asia Orientale – sono altamente integrati. Ne è stato esempio il blocco della catena del valore automobilistico, quando le aziende coreane si sono bloccate perché non arrivavano le parti da Wuhan, e subito dopo quando le vendite si sono quasi azzerate perché la domanda a seguito della crisi è diventata inesistente. Si è trattato di un primo, drammatico, assaggio di decoupling. Il virus ne ha svelato gli effetti molto più di migliaia di twitter presidenziali.  Sembra del tutto irrealistico riportare lavorazioni obsolete negli Stati Uniti e smentire decenni di liberismo senza freni che precedenti Amministrazioni statunitensi avevano indicato come via maestra per i sistemi produttivi.

Mal di Cina

Inoltre, Pechino e Washington sono legati da interessi reciproci, talmente complessi, contrastanti e connessi da sembrare inestricabili. La capitale cinese interviene nei twin deficit di quella statunitense. Da una parte ne provoca il passivo commerciale, registrando uno spettacolare surplus ogni anno; dall’altra finanzia quello federale acquistando i Treasury bond che Washington è costretto a emettere. I dollari che escono dagli Stati Uniti per pagare le merci cinesi rientrano nel paese per acquisirne piccoli pezzetti alla volta. È forse questa la stranezza su cui si regge il disequilibrio globale: i risparmi degli operai cinesi finanziano i consumi della middle class americana. Modificare repentinamente questo bizzarro stato di cose è come innescare una nuclear option, secondo una terminologia ormai diffusa. Le conseguenze sarebbero imprevedibili.

Attenzione a scardinare la stranezza del disequilibrio globale

Però, anche perpetuarlo costituirebbe un rischio troppo grande, soprattutto per Washington. Cosa succederebbe se bloccasse le importazioni dalla Cina, se questa smettesse di finanziare il debito americano, se ne esigesse la restituzione, se destinasse i suoi risparmi all’acquisto di Euro o Yen? La paura che pongono questi interrogativi impone un modello negoziale duro, articolato, infinito. I dazi si sono dimostrati inefficaci, protezionisti, incapaci di creare occupazione manifatturiera. La Casa Bianca ha ora un compito difficile ma ineludibile. Rispetto a Trump è più attrezzata ma anche più bellicosa. Sa che la posta in gioco è molto alta, perché valica i semplici aspetti commerciali. Saranno necessari acume e perseveranza, perché la politica estera nella globalizzazione è molto più complessa. I nodi sono numerosi e la tentazione di scioglierli con soluzioni veloci e unilaterali può condurre a risultati drammatici.

*Romeo Orlandi, membro dell’Advisory Board di Wall Street Cina, economista e sinologo, è Presidente del think tank Osservatorio Asia e Vice Presidente dell’Associazione Italia-Asean. Ha vissuto e lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. È stato docente 10 anni all’Università di Bologna (Facoltà di Economia, corsi di Globalizzazione ed Estremo oriente) e attualmente insegna in diversi Master post-universitari. Relatore a conferenze internazionali, scrive per riviste e quotidiani. Fa parte della faculty e dei comitati scientifici di diversi Centri studi. Ha pubblicato numerosi libri di narrativa e saggistica per Il Mulino, IlSole24Ore, DeriveApprodi, il più recente è Mal di Cina.

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