«Sul Trattato Cina-Europa meglio non firmare se l’intesa non è solida»

Parla Joerg Wuttke, presidente della EU Chamber of Commerce sui rapporti bilaterali. Il summit tra Bruxelles e Pechino slitta a settembre, guarda caso a Lipsia.

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di Rita Fatiguso

(WSC) ROMA – Le tensioni tra Cina e Usa ampliano gli spazi di manovra del dialogo tra Pechino e Bruxelles. Il Summit Europa-Cina, sede naturale per discutere l’agenda comune, dallo scorso mese di marzo continua a slittare a causa del Covid-19.

Lipsia, 16 settembre 2020, durante la presidenza tedesca dell’Unione europea: è la nuova scadenza tagliata a misura di Germania, primo partner commerciale europeo della Cina, forte dell’ottima relazione tra la cancelliera Angela Merkel e il premier Li Keqiang che guida la delegazione.

Bruxelles “perde” il Summit, ospitato ad anni alterni a Pechino, ma le aziende europee in Cina – spiega il presidente della Camera europea di Pechino Joerg Wuttke in questa intervista al Sole24Ore – hanno gli occhi ben puntati sull’evento.

Presidente Wuttke, il Consigliere di Stato e ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha dichiarato in conferenza stampa durante i lavori della Plenaria del Parlamento cinese che il nuovo trattato bilaterale sugli investimenti sarà chiuso entro l’anno. Le sembra una prospettiva credibile?

Intanto vorrei fare una precisazione: è evidente che il tema è stato tralasciato dal premier Li Keqiang nel suo Discorso alla Nazione per essere poi recuperato dal ministro Wang Yi. Nel merito la Camera europea aspetta offerte reali e risultati reali, non vive di sole ambizioni. Il tempo sta scadendo per concludere il capitolo del trattato entro settembre. Per noi, soprattutto, è importante la sostanza prima della velocità. Se l’accordo non è solido, preferiamo continuare ad andare avanti così, senza firmare.

L’Europa può essere più proattiva con la Cina per bilanciare le altalenanti relazioni con gli Stati Uniti, in altre parole l’Unione europea può avere un canale preferenziale con la Cina?

Non cerchiamo un rapporto preferenziale con la Cina a causa delle tensioni con gli Stati Uniti, come voce delle aziende europee in Cina vogliamo contribuire a migliorare le nostre relazioni bilaterali con la Cina per ampliare il business ma anche elementi importanti come la trasparenza, responsabilità e correttezza reciproche.

Che rapporti ha avuto la Camera europea con quella Americana in Cina in questi mesi? Le risulta che le aziende americane siano state più colpite di quelle europee?

Collaboriamo da vicino con Amcham e condividiamo le stesse preoccupazioni sull’accesso al mercato. Tutti siamo stati colpiti dal Covid-19, ma gli americani soffrono sicuramente di più a causa degli effetti collaterali della guerra commerciale in atto ormai da mesi. L’economia cinese riparte e Pechino, dopo i drammatici rimpatri legati alla pandemia e la chiusura delle frontiere per evitare i contagi di ritorno, riapre i cieli, sabato scorso 200 manager tedeschi sono sbarcati a Tianjin con un volo Lufthansa da Francoforte per tornare al lavoro. Due sono risultati positivi al Covid-19.

Apertura e controlli. Servirà il binomio a ripristinare l’operatività delle aziende in Cina nel rispetto dei protocolli di sicurezza?

È come una rondine a primavera, un indicatore della necessità di voli regolari che dovrebbero essere consentiti una volta, ovviamente, garantita la sicurezza sanitaria. I manager costretti a tornare a casa e che oggi ritornano al lavoro sono di vitale importanza perla ripresa delle nostre aziende in Cina.

Che aria tira in Cina tra le società straniere? Si stanno profilando situazioni particolari?

Lanciamo un sondaggio tra qualche giorno proprio per avere una mappatura completa e rispondere ai bisogni che emergeranno. Questa pandemia ha rappresentato una circostanza davvero eccezionale che si è sommata alle criticità esistenti e strutturali che la Camera ha da tempo segnalato.

La Cina ha tagliato o rinviato molte tasse e favorito l’accesso al credito per le aziende attivando le banche commerciali, questi strumenti di sostegno alle imprese saranno aperti anche alle compagnie straniere?

Se queste misure aiutano i nostri clienti e i nostri fornitori, è anche un bene per le aziende europee. Le imprese hanno bisogno di una forte domanda, si profilano 1oo milioni di nuovi disoccupati in Cina. Questo è il vero problema di Pechino.

Questa intervista è stata originariamente pubblicata da IlSole24Ore

 

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