Lo shopping contro l’Aids. Bufera su campagna pubblicitaria con Donatella Versace

Un’idea non male. Ti riprometti di andare a vedere questa commedia non appena gli astuti pubblicitari si decideranno a far affiggere i manifesti col titolo (sarà, “L’Aids è …

Un’idea non male. Ti riprometti di andare a vedere questa commedia non appena gli astuti pubblicitari si decideranno a far affiggere i manifesti col titolo (sarà, “L’Aids è di moda” o “Meglio fashion victim”?) e il nome del teatro. E guardi un’altra volta, ammirato, l’immagine di Virginia Raffaele. Dopo Sanremo deve aver continuato a studiare il volto della Versace ed è riuscita a migliorare ulteriormente il trucco. La somiglianza è incredibile. Sembra proprio lei.

E’ lei, infatti. E’ proprio Donatella Versace. Te ne accorgi quando vai a leggere quella scritta, ancora più piccola, che compare proprio sotto il volto: “Donatella Versace per Convivio. 8/12 giugno”. Esattamente lo stesso schema del poster con l’immagine dell’altra testimonial: Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia.

Quindi il suggerimento di combattere l’Aids andando per negozi non è una boutade. Spingere la gente a fare shopping – di fashion – è precisamente il mestiere della direttrice di Vogue ed è il business di Donatella Versace. Quel “Meglio fashion victim che Aids victim” non è un paradosso. O lo è quanto lo sarebbe un poster col faccione di Roberto Marchionne e la scritta: “Evita l’Aids, compra una Panda”.

Ma non è nemmeno così. C’è un’altra sorpresa. L’iniziativa non è a scopo di lucro. L’evento che le due testimonial annunciano – Convivio – è una mostra-mercato i cui proventi saranno destinati ad Anlaids, una onlus che, fondata nel 1985, promuove iniziative contro la diffusione del virus hiv.

Subito dopo l’avvio, la campagna “Meglio fashion victim che Aids victim” è stata – come d’altra parte era facilmente prevedibile – letteralmente massacrata sui social. Oggi, sul Fatto quotidiano, Aldo Nove si dice “agghiacciato” perché, osserva, “si sta scientificamente giocando fini di marketing con uno dei drammi dell’umanità”. In effetti, anche se i proventi della mostra-mercato andranno alla ricerca sull’Aids, il messaggio va a tutto vantaggio dei suoi testimonial: “La moda come una sorta di metadone – scrive Aldo Nove – con il rivenditore autorizzato, dal nome prestigioso, che ‘ci mette la faccia’ per venderlo”.

I difensori della trovata sostengono che si è trattato di un modo per ribadire che l’Aids esiste ancora, eccome. E si diffonde specie tra i giovani, anche eterosessuali, che sostanzialmente ne ignorano l’esistenza. Dunque è vero che, in un certo senso, “è di moda”. Resta aperta la domanda sul perché si suggerisca di combatterla acquistando vestiti anziché, per esempio, profilattici. Scelta che, tra l’altro, avrebbe eliminato l’imbarazzo di doverci mettere a ogni costo la faccia.

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