La Fornero fa marcia indietro: «La riforma va cambiata»

Era rigore. Erano lacrime, versate in diretta tv durante la celebre conferenza stampa a fianco dell’algido Mario Monti. Elsa Fornero quel giorno di dicembre del 2011 non riuscì a …

Era rigore. Erano lacrime, versate in diretta tv durante la celebre conferenza stampa a fianco dell’algido Mario Monti. Elsa Fornero quel giorno di dicembre del 2011 non riuscì a pronunciare la parola «sacrificio». Il sacrificio che il governo dei tecnici stava chiedendo agli italiani. La sua riforma delle pensioni, gli esodati, e tutto ciò che ne è seguito, le sono valsi critiche e contestazioni. Ma oggi è lei a dire che sì, quella riforma si può cambiare. «Si può recuperare un po’ di flessibilità».

Via libera dunque ai pensionamenti anticipati, con un costo per il lavoratore pari al «3-3,5% all’anno» ha spiegato l’ex ministro del Welfare all’Ansa. Un’inversione a U che Fornero giustifica così: «Le condizioni di emergenza nelle quali nacque la riforma sono in parte superate». E quindi il governo, che sta per mettere a punto la legge di stabilità, avrebbe margini per rivedere il sistema previdenziale.

Certo, dice Fornero, «gli interventi devono essere molto ponderati perché l’Italia resta in una situazione difficile», ma in sostanza la sua proposta ricalca quella avanzata dal presidente dell’Inps Tito Boeri a inizio estate. D’accordo sull’introduzione di un contributo di solidarietà per le pensioni più alte, che sono state più avvantaggiate dal sistema retributivo. Corte Costituzionale permettendo.

In linea con Boeri anche sull’entità del prezzo da pagare per lascia il lavoro in anticipo: «La riduzione dell’assegno per chi vuole andare in pensione prima va calcolato secondo criteri non lontani dall’equità attuariale, vale a dire il 3-3,5% per ogni anno di anticipo rispetto all’età di vecchiaia, e magari con criteri più generosi per i lavoratori precoci e per certe categorie di lavori particolarmente faticosi». Fornero è invece contraria alla proposta di calcolare l’assegno dei pensionati precoci esclusivamente col metodo contributivo, che sarebbe troppo oneroso per il lavoratore: i sindacati sostengono che il taglio arriverebbe al 25-30%.

Resta il nodo cruciale: quanto peserebbe tutto questo sui conti pubblici? Fornero stima che «un taglio limitato al 3-3,5% annuo avrebbe un onere per la finanza pubblica, ma sarebbe meno costoso delle altre proposte in campo. Come quella di Baretta e Damiano e quella sulla quota 100 tra età e contributi». Cesare Damiano, deputato Pd e presidente della commissione Lavoro, accoglie con piacere il cambio di marcia dell’ex ministro: «Anche lei adesso sostiene che la sua riforma si può correggere. E, visto che Renzi e Poletti sono d’accordo che si introduca un criterio di flessibilità nel sistema previdenziale, ora aspettiamo la proposta del governo». Quella avanzata dall’ex ministro del governo Prodi prevede l’uscita dal lavoro a partire da 62 anni con 35 anni di contributi e una penalizzazione del 2% per ogni anno di anticipo, fino a un massimo dell’8% (con 4 anni di anticipo). «I parlamentari del Pd stanno già discutendo questo disegno di legge. È una proposta che costa, ma non quanto ha sostenuto Boeri (10 miliardi, ndr). A nostro avviso ha sbagliato i conti».

I calcoli di Damiano tengono conto del fatto che «non tutti i lavoratori sceglieranno di andare in pensione a 62 anni e bisogna anche considerare i risparmi che si produrranno con meno Cassa integrazione e meno ammortizzatori sociali per gli ultra sessantenni che hanno perso il lavoro e che non trovano un reimpiego». Non solo: «Molti esodati non ancora tutelati potrebbero optare per questa normativa». Ma nei giorni scorsi, proprio in un’intervista a «La Stampa», il viceministro Enrico Morando era stato piuttosto chiaro: «Va bene qualsiasi soluzione, a patto che non costi nulla allo Stato».

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