Petrolio, vincono i ribassisti. Non funziona la strategia filo-araba OPEC

L'offerta USA continua a controbilanciare la decisione di ridurre l'output, che dovrà essere rivista. Spread fra WTI e Brent al top di due anni.

Il petrolio resta sotto pressione sui mercati internazionali, risentendo ancora dell’eccesso di offerta, che sta mettendo alla prova il mercato in questi ultimi due anni.

Le quotazioni del Light crude statunitense si aggirano stamattina sui 48,12 dollari al barile, in ribasso dello 0,56%, dopo l’ultima doccia fredda del rapporto settimanale EIA, che ha indicato un nuovo calo delle scorte ed un contemporaneo aumento della produzione USA al top dal 2015.

L’eccesso di offerta sul petrolio nordamericano è rinvenibile anche nell’allargamento dello “spread” fra WTI e Brent al top di due anni di 4,22 dollari: il petrolio del Mare del Nord quota oggi 52,34 dollari al barile (-0,44%).

L’offerta USA continua dunque a controbilanciare la decisione dell’OPEC di ridurre l’output, che richiederà lungo tempo per produrre effetti apprezzabili, anche per la scarsa “conformità” dei membri OPEC alle decisioni assunte. Quando l’OPEC e la Russia hanno deciso la loro strategia nel novembre del 2016, si aspettavano che questa avrebbe avuto successo entro 6 mesi; ora invece sembra che ci vorranno anni.

L’OPEC si riunirà nuovamente il 30 novembre a Vienna per discutere se estendere o porre fine all’accordo sul taglio della produzione di petrolio. Ma gli analisti non hanno una view positiva.

“A meno che le tensioni politiche in Libia e nel Venezuela non continuino ad intensificarsi e a ostacolare l’approvvigionamento di petrolio grezzo, crediamo che la strada verso il successo sia ancora lunga e che prima di riuscire a vedere un calo della produzione di scisto negli Stati Uniti, i prezzi non sfonderanno in maniera significativa il muro al di sopra dei 50 dollari”, afferma Pierre Melki, Equity Analyst Global Equity Research, Energy & Utilities di Union Bancaire Privee – UBP.

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