Biden, Draghi e papa Francesco

Giunti all’ultima stagione della vita, questi leader anziani non si stancano di dirci che si tratta di guardare avanti, di immaginare un futuro di cui, pure, loro non saranno protagonisti.

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di Mauro Magatti

(WSC) ROMA – Quando è stato eletto, i giornali hanno (più o meno sarcasticamente) ricordato il nomignolo affibbiatogli dai colleghi parlamentari: Sleepy Joe. Joe l’addormentato. Così, molti scommettevano che un presidente anziano, di fronte a un mondo in subbuglio, avrebbe scelto la strada della prudenza. Invece il vecchio Biden (78 anni) ha stupito tutti. E al traguardo dei primi 3 mesi di governo può vantare diversi successi importanti: ha vaccinato 220 milioni di americani; ha proposto un ambiziosissimo piano da 4.000 miliardi di dollari per rilanciare l’economia e curare la società; ha rintuzzato il presidente russo Putin, intimandogli di non interferire più nelle elezioni americane; ha avviato il percorso parlamentare per l’introduzione di una tassa che finalmente funzioni anche con le multinazionali.

Risultati che traducono in fatti le parole che Biden ha usato sia nel suo discorso di insediamento sia in quello tenuto, qualche giorno fa, in occasione dei primi 100 giorni alla Casa Bianca: per uscire dalla pandemia con un Paese più giusto e una economia più sostenibile è necessario ritrovare uno spirito di unità e di corresponsabilità. Di qualche anno più giovane, Mario Draghi (73 anni) si muove del solco del collega americano: raccogliendo la difficile eredità dei governi Conte e con l’Italia ancora in piena pandemia, l’ex presidente della Bce – dopo aver miracolosamente messo in piedi un governo a larghissima maggioranza in un Parlamento a dir poco frammentato – in due mesi è riuscito a riscrivere un Pnrr perfettibile ma più completo della versione precedente, rispettando la scadenza di fine aprile; a raggiungere l’obiettivo (che sembrava irraggiungibile) delle 500mila vaccinazioni al giorno; ad assumersi il ‘rischio calcolato’ di una riapertura parziale.

Uomo delle istituzioni, nelle sue rare conferenze stampa e nei discorsi in Parlamento Draghi ha sempre insistito sulla delicatezza di questo momento storico, chiamando tutti a partecipare – tanto nei diritti quanto nei doveri – al grande sforzo comune che l’Italia deve compiere per tornare a guardare con fiducia al proprio domani. Così, nell’epoca della giovinezza che non vuole mai tramontare e dell’innovazione accelerata, scopriamo il valore di leadership anziane. Non si tratta certo di una novità. Tanto più che in questi anni ci aveva già abituato Francesco che, eletto Papa alla veneranda età di 76 anni, è diventato un’autorità morale globale ben oltre il confini della Chiesa. Una delle poche voci che ha l’autorevolezza per sollecitare il mondo intero a intraprendere quel cammino di cambiamento, verso un futuro più umano e più giusto, di cui tanti sentono il bisogno.

Leader ‘anziani’ sì, ma capaci di incarnare un’autorità ‘generativa’. Scevri da ogni narcisismo – le pulsioni di affermazione personale ormai sopite dai lunghi cammini di vita in cui hanno avuto responsabilità, superato solitudini e in qualche caso vere e proprie morti – questi leader non sono dedicati alla conservazione del potere per il potere, quanto piuttosto alla costruzione di un ponte tra le generazioni. Dando il senso, così difficile da riconoscere ai nostri giorni, che il potere per essere efficace ha bisogno di essere autorevole. Dove l’autorità, come una porta, mentre inquadra – definendo cioè una direzione di senso – al tempo stesso apre un futuro che ancora non c’è ma che pure non procede dal nulla.

Non supereroi infallibili, dotati di superpoteri. Ma persone – forti e fragili insieme – consapevoli di avere davanti sfide molto grandi che nessun potere costituito – nemmeno quello di cui personalmente sono investiti – può pensare di vincere. Giunti all’ultima stagione della vita, questi leader anziani non si stancano di dirci che si tratta di guardare avanti, di immaginare un futuro di cui, pure, loro non saranno protagonisti. Una condizione di ‘leggerezza’ che permette di prendere decisioni coraggiose, senza dipendere dal calcolo del successo o dall’andamento dei sondaggi. Non è naturalmente solo una questione anagrafica. Si può essere vecchi e sentirsi delusi, scoraggiati, chiusi verso il futuro. Oppure tutti concentrati a cercare di trattenere qualche brandello di quel potere che sfugge dalle mani. Ma può capitare, invece, che il passare degli anni insegni una saggezza nuova: quella di saper lavorare per preparare un futuro che va al di là di noi. Forse è proprio ciò di cui abbiamo bisogno per cercare di attraversare il cambio d’epoca che ci capita di vivere.

Fonte: Avvenire

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