Stellantis, polemiche sul nome scelto per il nuovo gruppo FCA-PSA

Non fa pensare a una casa automobilistica, è stato scelto male e non si capisce perché la holding - che diventerà il quarto gruppo al mondo nel settore - dovrebbe avere un'identità completamente diversa dai nuclei e brand famosi originali.

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(WSC) MILANO – Dopo essersi attirati una pioggia di critiche per il nome poco felice dato alla partnership con Chrysler (FCA è anche l’acronimo della Consob britannica), i responsabili della comunicazione e del brand di Fiat ci sono ricascati di nuovo. Stellantis, il nome infelice scelto mercoledì sera per dare una nuova identità al gruppo che nascerà dalla fusione con PSA (Peugeot-Citroen), non è piaciuto ai commentatori ed è stato deriso sui social media come Twitter. Sono almeno quattro le obiezioni che si possono fare.

Per prima cosa l’idea di scegliere un nome completamente diverso da quello dei due nuclei originali è discutibile ed è cosa molto rara nell’industria automobilistica. Così si corre l’inutile rischio di perdere il valore aggiunto dell’attaccamento ai brand. Le operazioni di rebranding non sono mai facili. Basta chiedere a Google, che con Alphabet pure ha fatto un passo falso, come dimostra il fatto che chi si rivolge al gruppo nel suo complesso tende ancora a usare la parola Google. Con Stellantis Fiat ha voluto rischiare.

O forse, visti i crolli delle immatricolazioni di auto nel primo semestre di FCA e PSA, l’intenzione dei responsabili del rebranding era proprio quella di allontanarsi dal brand originale. Complice la pandemia del nuovo coronavirus, la casa automobilistica francese ha registrato un calo delle vendite di auto del 45,7% nei primi sei mesi dell’anno. Per FCA il calo rispetto all’analogo periodo del 2019 è leggermente più pesante (-46,3%) con 290.562 di vetture immatricolate.

Stellantis sarà in ogni caso il quarto gruppo automobilistico al mondo per vetture vendute, dietro a General Motors, Volkswagen e Renault-Nissan-Mitsubishi. Dei 400 mila dipendenti, 55 mila saranno in Italia.

Stellantis fa pensare a tutto tranne che a una casa automobilistica

In secondo luogo, il problema è il nome stesso. L’etimologia viene dal verbo latino “stello”, che secondo il dizionario significa “cospargere di stelle” o “essere ricoperto di stelle”. L’idea – come spiegano le società in una nota – era quella di rappresentare un insieme di brand di punta proiettati nel futuro. Quello scelto per il conglomerato FCA-PSA – che nascerà ufficialmente a fine anno con la chiusura dell’affare – è però difficilmente associabile a una casa automobilistica. Ricorda più un farmaco, una costellazione o un’app per millennials.

Terzo, non si capisce perché sia stato scelto il latino. Le lingue in disuso sono generalmente sconsigliate per qualsiasi brand o comunicazione a effetto, specie se si vuole identificare qualcosa proiettato al futuro e “cool”. Quarto, se i manager di Fiat e Peugeot conoscessero il latino avrebbero probabilmente scelto un’altra declinazione. Ovvero Stellans o Stellantes, il singolare e plurale del caso nominativo, anziché il genitivo. Il verbo latino “stello” al participio presente si declina in “stellans”, “stellantes” al caso nominativo singolare e plurale, e “stellantis”, “stellantium” al genitivo.

L’ispirazione per l’identità della futura holding, spiega l’azienda su Twitter e in un comunicato, è venuta pensando alla “unione nuova e ambiziosa di brand automobilistici con una lunga storia e una solida cultura” alle spalle. Unendo le forze, i due gruppi “creano uno dei leader della nuova era della mobilità conservando allo stesso tempo tutto il valore eccezionale delle sue parti costituenti”.

“La prossima tappa del processo di fusione riguarderà la presentazione di un logo, che insieme al nome diventerà la nuova identità del marchio della società“. A quel punto il passaggi dalla gloriosa Fabbrica Italiana Automobili Torino a un insulso “Stellantis” sarà completato.

Fusione dovrebbe essere operativa a partire da marzo 2021

Il nome Stellantis non comparirà nelle auto e i clienti non lo vedranno nemmeno nei concessionari. Sarà, proprio come nel caso della società madre di Google, semplicemente il nome aziendale del gruppo. I nomi dei brandi più famosi – Chrysler, Dodge, Ram, Jeep, Fiat, Alfa Romeo, Maserati, Peugeot, Citroën, DS, Opel e Vauxhall – rimarranno tutti sul mercato. C’è da chiedersi se Fiat non abbia forse intenzione di riavviare la produzione della famigerata Duna.

L’integrazione delle due società dipende dall’esito di un’indagine antitrust approfondita condotta dalla Commissione europea, la quale sta esaminando una questione in particolare. Ossia la possibile posizione dominante dei gruppi nei confronti della concorrenza nel settore dei veicoli commerciali e furgoni. Inaugurata a metà giugno, l’inchiesta si concluderà il 22 ottobre. A meno di sorprese negative, la fusione sarà ufficialmente operativa a marzo 2021.

I risultati dell’indagine potrebbero portare la coppia italo-americana/franco-tedesca a fare delle concessioni per quanto riguarda la cessione delle attività. Va ricordato che insieme le due case automobilistiche sono in grado di generare un fatturato annuo di 170 miliardi di euro e di vendere 8,7 milioni di veicoli l’anno.

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