Il Pd non vuole più Renzi segretario: Boschi oppure un nuovo direttorio collettivo

Il Pd non vuole più Matteo Renzi. Lo dicono apertamente sindaci, candidati, dirigenti, parlamentari. E non solo della minoranza interna, anzi la maggior parte delle proteste proviene proprio …

Il Pd non vuole più Matteo Renzi. Lo dicono apertamente sindaci, candidati, dirigenti, parlamentari. E non solo della minoranza interna, anzi la maggior parte delle proteste proviene proprio dalla pattuglia che ha appoggiato l’ex sindaco di Firenze nel 2013 e nel 2012.

Non deve essere più segretario e premier allo stesso tempo, perché sono due incarichi che richiedono uguale utilizzo di tempo e fatica: farli entrambe contemporaneamente fa solo in modo che uno dei due tolga spazio all’altro. E ovviamente il mestiere di presidente del Consiglio dei ministri ha la priorità su tutto e tutti, anche per lo stesso Renzi. Venerdì 24 giugno si riunirà la Direzione nazionale del Pd, sicuramente il tema sarà toccato: cosa farà il premier? Lascerà a un vice con poteri forti il partito (si parla di Maria Elena Boschi)? O conserverà tutte e due le cariche?

RENZI PENSA ALLA NUOVA SEGRETERIA POLITICA

Dopo il fallimento al voto locale Matteo Renzi pensa a come ridisegnare il partito. Il leader del Pd ha in mente nomine politiche per il ricambio in segreteria. Favoriti Martina e Zingaretti. In lizza anche Errani. Sì, perché Renzi non può fingere che non sia successo nulla. Come riporta il Corriere della Sera, il premier sta pensando di mandare in campo una nuova squadra del Pd. Si chiamerà segreteria politica.

ROTTAMATI CARBONE E SERRACCHIANI

Renzi vuole rottamare la vecchia guardia. E per il nuovo pensa al governatore del Lazio Nicola Zingaretti, il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, Vasco Errani, il presidente della regione Toscana Enrico Rossi. E, naturalmente anche Luca Lotti e Lorenzo Guerini. Vanno verso la rottamazione anche due renziani della prima ora come Ernesto Carbone e Debora Serracchiani. L’obiettivo di Renzi è chiaro: tenersi la guida del Pd, costi quel che costi. E pensa alla nuova squadra in grado di supportarlo.

 

LE AMMINISTRATIVE LASCIANO IL SEGNO – Lo scenario è quello che Matteo Renzi avrebbe voluto proprio evitare: il Pd che perde non solo Roma, evento ampiamente previsto dopo Mafia capitale e la vicenda-Marino, ma anche una roccaforte come Torino. Troppo perché nel partito non ci siano ripercussioni, l’operazione di spostare l’attenzione sul referendum di ottobre diventa impossibile in queste condizioni e, anzi, adesso proprio quell’appuntamento viene visto con ansia da molti renziani ‘critici’, quell’area che va da Graziano Delrio a Sergio Chiamparino, passando per giovani turchi, veltroniani e persino per i franceschiniani come Marina Sereni. Nessuno di loro mette in discussione il doppio ruolo di Renzi, come fanno invece Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani (non seguiti però da Gianni Cuperlo) ma quasi tutti cominciano a dire ad alta voce che qualcosa non funziona. Renzi, per ora, ha scelto di mettere da parte il lanciafiamme e di prendere tempo. In conferenza stampa il segretario-premier si limita a parlare di risultato che non bisogna “drammmatizzare o minimizzare”, rimandando però ad una “ampia e articolata discussione in sede di direzione del Pd”. Nessuna risposta a Speranza che ha subito attaccato: “Il Pd rischia di essere un leader carismatico in tv e una sommatoria di comitati elettorali sul territorio, ma io non gioco questo argomento contro una leadership, dico però che il doppio incarico non funziona”. L’ex capogruppo dice anche che “i numeri sono come pietre: il risultato è oggettivamente non buono per il Pd e dà un segnale molto chiaro a Renzi, al governo, a tutto il Pd”, bisogna “cambiare rotta”. Un attacco duro, che uno dei franceschiniani descrive così: “Hanno messo in discussione Renzi come segretario, l’obiettivo è chiaramente quello di indebolirlo anche come premier”. Un affondo che finisce, paradossalmente, per spingere alla prudenza anche quella parte della maggioranza renziana – sempre più ampia – che pure ne ha di cose da dire. Peraltro, l’opa di Speranza e Pier Luigi Bersani sulla minoranza piace sempre meno a Gianni Cuperlo, che non a caso scrive su Facebook pochi minuti dopo che ha parlato l’ex capogruppo e aspirante sfidante di Renzi: “Non mi convince la sicurezza che porta alcuni a chiedere come primo atto la distinzione tra la carica di segretario e quella di premier”. Cuperlo, ovviamente, critica anche le frasi attribuite dai retroscena dei quotiani a Renzi e rilancia sulla legge elettorale, ma è significativo il suo smarcamento dai bersaniani. Ma le perplessità sono anche nel fronte vicino al premier. Matteo Orfini dice: “Abbiamo bisogno di discutere e lo faremo. Io non saprei usare il lanciafiamme e mi brucerei, e non credo che lo userà Renzi”. Il presidente del partito ha giocato d’anticipo, i bersaniani lo hanno messo nel mirino da tempo, e ha annunciato per ottobre il congresso del Pd a Roma, un modo anche per stoppare sul nascere eventuali attacchi nei suoi confronti come commissario romano. Ma sia lui che Orlando pensano anche che il Pd debba essere gestito in maniera diversa, che non basti il giglio magico che circonda Renzi. La stessa opinione di Chiamparino, di Delrio, di Piero Fassino, di molti altri. Walter Verini, veltroniano, la mette così: “Il tema del doppio ruolo non esiste, è giusto che Renzi sia segretario e premier. Ma noi stiamo governando l’Italia – e lo stiamo facendo anche bene – e il volto del Partito democratico in Italia è quello di un partito che litiga per chi fa l’assessore… Spesso siamo percepiti come ceto politico rissoso su lotte per il potere”. Marina Sereni, vice-presidente della Camera, vicina a Fassino e Franceschini, aggiunge: “Temo un copione già visto, la minoranza che attacca sul doppio incarico e Renzi che cerca di buttare la palla avanti… Ma stavolta ci sarebbe bisogno di una discussione meno stereotipata, questo voto consegna tante cose diverse una dall’altra ma alcuni dati sono generali. Noi perdiamo contro M5s perché loro riescono a prendere il voto degli altri, mentre non accade il contrario. Ci sono elementi di critica da fare, per esempio come si organizza il Pd, che è cosa molto diversa dal tema del doppio incarico. Farei una discussione sul partito prescindendo dai litigi congressuali”. Tutti, però, attendono di capire come intende muoversi Renzi. I contatti di questi giorni, il pre-partita della direzione, sarà fondamentale. “Bisogna capire – dice un parlamentare franceschiniano – se Renzi intende procedere con la logica del lanciafiamme, cosa che forse non è la più saggia, o se intende blindare l’asse con Orfini e Orlando e provare a cambiare tono con la minoranza, o con parte della minoranza”. Il premier sembra avere scelto la seconda opzione, almeno in queste ore.

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