Brasile nel caos politico ed economico, sta per cadere il governo di Dilma Rousseff

Il Pmdb, Partido do Movimento Democratico Brasileiro, deciderà oggi se lasciare l’Esecutivo, ma i suoi massimi esponenti hanno già indicato che la rottura è di fatto definitiva. Un …

Il Pmdb, Partido do Movimento Democratico Brasileiro, deciderà oggi se lasciare l’Esecutivo, ma i suoi massimi esponenti hanno già indicato che la rottura è di fatto definitiva.

Un Paese spaccato in due, un governo in difficoltà. Il Brasile vive la peggiore crisi politica degli ultimi trent’anni. Dall’avvio della stagione democratica, nel 1985, non vi era mai stata una fase così critica. Mentre il presidente Dilma Rousseff crolla nei sondaggi (il suo consenso personale è scivolato sotto del 10%) metà Brasile chiede una svolta e l’altra metà grida al golpe. Il governo vacilla. Nei prossimi giorni il più grande partito del Paese, Pmdb, potrebbe uscire dal governo guidato da Dilma Rousseff, iniziativa che porterebbe al crollo della coalizione.

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Il Partito del Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb, Partido do Movimento Democratico Brasileiro) deciderà oggi se lasciare l’Esecutivo, ma i suoi massimi esponenti hanno già indicato che la rottura è di fatto definitiva. «Sarà un vertice di uscita, un addio al governo. Secondo il nostro calcolo, il voto per uscire dall’esecutivo sarà superiore all’80 per cento», ha indicato il parlamentare di Pmdb, Osmar Terra, «Sono cadute una serie di tessere del domino e non è possibile tornare indietro. Il governo continua a provarci, a offrire posti di lavoro, ma nessuno gli crede più».

La crisi si è aggravata dopo che Rousseff ha nominato ministro della Casa Civile l’ex presidente Lula (in carica dal 2003 al 2011). Un’iniziativa che però le si è ritorta contro, poiché un giudice ha pubblicato un’intercettazione telefonica da cui emerge che la nomina – che avrebbe assicurato a Lula l’immunità – intendeva salvare l’ex presidente dall’arresto per riciclaggio di denaro nello scandalo Petrobras. Lula continua tuttavia a dichiarare la propria estraneità.

Dilma Rousseff affronta una stagione di crisi ma soprattutto di scandali, così come la crescente spinta per la sua messa in stato di accusa, (la Corte dei Conti, alcuni mesi fa non ha approvato la Legge finanziaria da lei siglata). Più deboli le motivazioni che dovrebbero condurre all’impeachment, ma intanto la crisi politica non pare risolversi facilmente.

di Roberto Da Rin

Questo articolo e’ stato originariamente pubblicato da Il Sole 24 Ore, che ringraziamo

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Impeachment più vicino per Dilma Rousseff
di Emiliano Guanella  – La Stampa

La «balena bianca» di centro rompe con il governo e Dilma Rousseff è sempre più sola davanti all’impeachment. I centristi del Pmdb, da sempre ago della bilancia della politica brasiliana, hanno deciso per acclamazione di uscire dall’esecutivo lasciando così la presidente sola al suo destino. Il partito senza ideologia, come è stato chiamato, è un gigante composto da 68 deputati, 18 senatori, 7 ministri (ora in uscita), 7 governatori e quasi mille sindaci, oltre all’uomo che potrebbe diventare presidente in un paio di mesi, l’attuale vice Michel Temer. Temer ha titubato per mesi, ma alla fine ha deciso di consumare il «tradimento» e adesso aspetta il suo turno per entrare in gioco; secondo la Costituzione è lui ad assumere in caso di destituzione della presidente. Nemmeno un ultimo incontro con l’ex presidente Lula la domenica di Pasqua gli ha fatto cambiare idea.

Temer ha spiegato che non c’è via d’uscita alla crisi; i suoi non vogliono crollare assieme alla Casa e sono pronti ad un governo-ribaltone con il centrodestra. La votazione sull’impeachment arriverà in aula fra due, tre settimane; Dilma può contare sui deputati del Partito dei Lavoratori e di tre formazioni minori di sinistra oltre a qualcuno dei partiti medi che lasceranno libertà di scelta; 130, 140 in tutto, troppo lontani dal quorum di 172 che la salverebbe. Al Senato dovrebbe andare anche peggio. Lula, ministro «congelato» dalla giustizia, confida nella sua abilità di manovra, anche se per ora si tiene lontano da Brasilia per non far imbestialire i giudici della Corte Suprema che hanno in mano il suo caso. «La battaglia non è affatto perduta – ha detto in conferenza stampa lunedì – ci sono molti indecisi e noi faremo un grande pressing».

L’ex presidente soffre l’attacco incrociato di stampa e magistratura. «Il giudice Sergio Moro è una persona competente, ma credo sia stato punto dalla “mosca azzurra”, della superbia e dell’orgoglio. È indecente che abbia filtrato conversazioni private di personaggi pubblici e che la stampa si sia prestata al gioco; comportamenti che non aiutano la nostra democrazia». Il governo parla di un golpe in atto; Dilma lo ha detto ai giornali stranieri, Lula lo ripeterà in un tour nel suo Nordest per riattivare la militanza di base. La battaglia è anche sui blog e i social media, oltre ai proclami pro governo di intellettuali, artisti, attivisti. Venerdì prossimo si terranno sit-in di protesta presso le sedi della Rede Globo, che appoggia le indagini dell’operazione Lavajato, rafforzando la popolarità del giudice Sergio Moro e del suo pool anti-corruzione.

Ma Brasilia, con i suoi giochi di potere degni di «House of Cards», i suoi 28 partiti sparsi in Parlamento, le alleanze e i tradimenti dell’ultim’ora è lontana dalla piazza. Dilma Rousseff non è indagata in nessuna inchiesta, mentre lo sono il suo vice Temer ed il presidente della Camera Eduardo Cunha, scoperto con 35 milioni di euro depositati in conti in Svizzera, ma a giocarle contro è qualcosa di ancor più grave: la mancanza di appoggio politico. Una presidente dai piedi di argilla, isolata e indebolita, si prepara così, con le poche armi rimaste ormai a disposizione, ad un aprile di sangue.

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