La sicurezza degli ebrei è come il canarino nella miniera

Pubblichiamo il discorso sull’antisemitismo pronunciato nei giorni scorsi da Michael Gove, membro del Partito conservatore britannico e segretario di stato per le Pari opportunità, la casa e le comunità nel governo Sunak.

Quando sono minacciati, tutte le nostre libertà sono minacciate, dice Michael Gove. “L’antisemitismo è una febbre che indebolisce l’intero corpo politico. È il segno di una società che va verso l’oscurità”. Il discorso del ministro britannico.

di Michael Gove

Da quando Hamas ha attaccato Israele il 7 ottobre dello scorso anno, abbiamo visto diffondersi un’ombra. In tutto il mondo. E anche qui nel Regno Unito.  Il 7 ottobre è stato il più grande pogrom perpetrato contro gli ebrei dall’Olocausto. Gli autori di quegli omicidi hanno detto che, se potessero, ne ucciderebbero molti, molti altri. Eppure, nelle ore in cui le notizie del massacro erano state trasmesse in tutto il mondo, e molto prima che Israele avesse avviato la sua attuale operazione militare all’interno di Gaza, si è visto crescere un fenomeno notevole. Non la compassione e la solidarietà verso il popolo ebraico che si trovava di fronte a un altro nemico dedicato al suo sterminio. No. Proprio il contrario. Sono stati messi in discussione gli eventi. Sono state colpevolizzate le vittime. È nata una campagna di odio diretta non solo contro lo stato ebraico, ma contro il popolo ebraico ovunque.

Permettetemi di citare un discorso fatto dal mio amico David Wolfson alla Camera dei Lord lo scorso ottobre, poche settimane dopo l’attacco del 7 ottobre. David ha iniziato il suo discorso facendo questo confronto:

“La sera di sabato avevo due bambini in uniforme. Mio figlio indossava l’uniforme delle Forze di Difesa israeliane. Come molti ventenni in Israele sta facendo il servizio militare perché se non lo facesse, non ci sarebbe un Israele. Ha assistito direttamente alle conseguenze delle atrocità di Hamas. Il mio altro bambino in uniforme era mia figlia. La sua uniforme era composta da scarpe da ginnastica, jeans, e intorno al collo un ciondolo con la Stella di David. Questa è la sua tradizionale uniforme del sabato sera, come per molti adolescenti che salgono in metropolitana per godersi la vita notturna di questa grande città. Ero più preoccupato per mia figlia. Come diavolo siamo arrivati a questo?”.

Come diavolo ci siamo arrivati?

Era sei mesi fa. Un padre temeva che sua figlia fosse minacciata a Londra in quanto – per così dire – apertamente ebrea. Da allora, l’ombra si è soltanto diffusa. L’odio è cresciuto. Abbiamo visto un’esplosione di antisemitismo. L’associazione incaricata di registrare gli incidenti antisemiti – il Community Security Trust – ha registrato 4.103 incidenti nel 2023: un aumento del 147 per cento rispetto all’anno precedente, che era già un record. Di queste cifre, 2.699 incidenti si sono verificati dopo il 7 ottobre. Ci sono stati più incidenti di natura antisemita verificatisi tra il 7 ottobre e il 31 dicembre 2023, rispetto a qualsiasi precedente periodo di dodici mesi.

E ogni giorno ci sono nuovi esempi. Il cappellano cacciato dal campus dell’Università di Leeds perché ebreo. Un uomo in visita a una moschea per promuovere il dialogo interreligioso a cui è stato detto che non era il benvenuto perché ebreo. La famiglia che ha trovato imbrattato il passaporto del loro bambino perché ebreo. La comica a cui è stato detto – da una star della Bbc – che sarebbe stata uccisa, e che la sua famiglia avrebbe pianto per lei al cimitero solo perché ebrea. Il ristrutturatore di un edificio in rovina minacciato con un machete, invitato a lasciare “l’edificio di ebrei” in cui stava lavorando, perché ebreo. La reporter a cui è stato detto di non coprire un evento perché i suoi occhi avevano l’aria ebraica.

E da questi incidenti non possiamo separare le manifestazioni di antisemitismo sempre più visibili e raccapriccianti che ci sono nelle nostre strade durante le marce di protesta. Svastiche, bandiere di Hamas, rappresentazioni di ebrei come sfruttatori, diavoli, maiali che uccidono bambini. È incessante. L’abbiamo visto di nuovo anche questo fine settimana. L’immaginario [della rivista nazista] Der Sturmer ostentato davanti a Downing Street.

Certo, naturalmente so che molti di coloro che partecipano a queste marce sono persone compassionevoli, guidate da un desiderio di pace, dal desiderio che finiscano le sofferenze. Ma sono fianco a fianco a coloro che promuovono l’odio. Gli organizzatori di queste marce potrebbero fare tutto ciò che possono per fermarlo. Molti – la maggioranza – non lo fanno. E ora sappiamo che vicino a queste manifestazioni è davvero pericoloso per molti essere apertamente, chiaramente, orgogliosamente, ebrei. In un momento in cui siamo tutti incoraggiati a essere noi stessi, autentici, a celebrare la nostra identità, a essere orgogliosi di noi, c’è solo un gruppo, uno solo, che può essere tollerato solo nelle condizioni stabilite da altri: gli ebrei.

Gli organizzatori delle marce dicono che ci sono ebrei nelle loro manifestazioni. Ma questi sono al sicuro solo se si oppongono a ciò che è caro a così tanti ebrei: la sicurezza delle persone in Israele. Per essere accettati in queste marce devono piegarsi, accettare gli appelli a un’intifada globale o al porre fine all’entità sionista. Devono rispettare le regole stabilite da altri: gli organizzatori della marcia, che si riservano il diritto di dire agli ebrei sia dove dovrebbero vivere sia come dovrebbero vivere nelle nostre strade. È un classico cliché antisemita stabilire i termini in base ai quali gli ebrei saranno accettati. Al sicuro, purché vivano nel loro ghetto. Al sicuro, purché non esagerino. Al sicuro, a condizione che non contemplino l’uso della forza per autodifesa. Fino a quando, ovviamente, non sono più al sicuro.

La storia ci dice che lo smantellamento del diritto degli ebrei a vivere, come gli altri, secondo le loro condizioni porta, inevitabilmente, alla distruzione delle vite degli ebrei. Ecco perché dobbiamo prendere posizione. Abbiamo visto a cosa ha portato in passato la crescita incontrollata dell’antisemitismo. Sappiamo tutti che ciò che inizia con gli ebrei non finisce mai con gli ebrei. È una legge ferrea della storia: i paesi che vengono coperti da questa ombra sono quelli che diventano progressivamente meno sicuri per gli individui ebrei e la comunità ebraica: la Spagna dell’Inquisizione, la Vienna del 1900, la Germania negli anni Trenta, la Russia nell’ultimo decennio. È una legge parallela: i paesi in cui la comunità ebraica si è sentita più sicura sono quelli in cui la libertà e il progresso sono più protetti in ogni momento. I Paesi Bassi del diciassettesimo secolo. La Gran Bretagna nei primi decenni del secolo scorso. L’America nella seconda metà dello stesso secolo. Quindi, quando il popolo ebraico è minacciato, tutte le nostre libertà sono minacciate.

La sicurezza della comunità ebraica è come il canarino nella miniera. L’antisemitismo crescente è una febbre che indebolisce l’intero corpo politico. E’ un segno di una società che va verso l’oscurità. E lo vedo direttamente nel mio lavoro, affrontando l’estremismo e promuovendo la coesione della comunità. C’è una cosa che – sempre di più – unisce le organizzazioni e gli individui che ci fanno preoccupare per il loro estremismo. L’antisemitismo. E’ la moneta comune dell’odio. E’ nel cuore oscuro della loro visione del mondo. Che sia islamista. Di estrema destra. O estrema sinistra.

In passato abbiamo avuto la tendenza a considerare gli islamisti, l’estrema destra e l’estrema sinistra come diversi motivi di preoccupazione. E in effetti, è di vitale importanza per affrontare l’estremismo essere precisi nell’uso dei dati e delle definizioni. Ma sempre più spesso scopriamo che coloro che minano la nostra democrazia e la società da diverse direzioni della mappa estremista sono tutti attratti, magneticamente, a convergere su cliché antisemiti, in termini di linguaggio, idee e manifestazioni. Finora figure di estrema destra […] sono state invitate a condividere lo spazio con i sostenitori islamisti e trasmettere da piattaforme islamiste, dove l’obiettivo comune è la preoccupazione per l’influenza ebraica, per lo stato ebraico, per la minaccia ebraica. E nell’estrema sinistra, accademici come il professor David Miller e gruppi come il Partito socialista dei lavoratori, il Partito socialista e il Partito comunista rivoluzionario condividono piattaforme con gruppi islamisti, usano un linguaggio aggressivo sui “sionisti”, sostengono le richieste di un’intifada e lodano la resistenza – un sinonimo di Hamas – tanto che gli studenti ebrei hanno fisicamente paura di loro.

E i gruppi estremisti islamici poi usano questo crescente antisemitismo per dividere i musulmani dai musulmani. Gli islamisti hanno chiesto che le moschee diventino zone vietate per i “sionisti”, che il dialogo interreligioso escluda qualsiasi voce ebraica solidale all’esistenza di Israele, e che i credenti dimostrino di essere veramente fedeli mostrando il loro impegno nella lotta contro Israele. Facendo dell’odio contro Israele, dell’ostilità verso le voci ebraiche la cartina di tornasole di quanto si è dei buoni musulmani, gli islamisti polarizzano e dividono le nostre comunità musulmane. Questo è il motivo per cui nessuno di noi può permettersi di essere indifferente davanti all’aumento dell’antisemitismo nella nostra società.

L’antisemitismo in aumento è sia precursore di un maggiore odio che fattore di ulteriore estremismo. Le immagini antisemite che incoraggiano le persone a pensare che le critiche a Israele siano attenuate o censurate dal controllo ebraico sui media alimentano una maggiore sfiducia nei confronti dei “media mainstream”. Ciò porta a credere di più alle teorie del complotto e a cercare verità “alternative”: che si tratti delle bacheche degli incel, dei canali YouTube degli anti vax, dei gruppi Telegram di estrema destra o dei podcast islamisti. E così, il terreno comune da cui dipende la nostra democrazia viene eroso. La continua insinuazione, a volte espressa direttamente, che i principali partiti politici siano indebitati con la finanza ebraica diventa anche un messaggio per dividere e demonizzare. Gli estremisti sostengono che il denaro ebraico guida sia la politica estera che quella interna in paesi come il nostro, e lo fanno per alimentare deliberatamente la disaffezione verso la democrazia e incoraggiare un’ulteriore fuga verso gli estremi. Quindi comprendere e contrastare l’aumento dell’antisemitismo che ci circonda è fondamentale per una più ampia lotta contro l’estremismo, le divisioni e l’odio, e per difendere la democrazia, la libertà e la civiltà.

Questo nuovo sviluppo dell’attività estremista è legato alla natura mutevole del tempismo dell’antisemitismo.

L’antisemitismo, come ha sottolineato il rabbino capo Jonathan Sacks, è un virus che si evolve.  Nel Medioevo era un pregiudizio religioso che voleva la conversione da parte di individui ebrei per eliminare la fede ebraica. Alla fine del Diciannovesimo e all’inizio del Ventesimo secolo, è cambiato: le nozioni perverse di “scienza razziale” e purezza etnica hanno portato i nazisti e i loro collaboratori a desiderare di porre fine alla vita degli ebrei al fine di eliminare il popolo ebraico. E l’antisemitismo ora si concentra sempre più sulla casa degli ebrei, su Israele. La sedicente opinione progressista  – contro i confini, scettica verso lo stato-nazione, che vuole collegare la prosperità allo sfruttamento, e incentrare ogni conflitto i sul privilegio – si è mobilitata. Quindi ora l’attenzione si concentra sulla delegittimazione e la demonizzazione dello stato di Israele, come preludio al suo smantellamento e distruzione. Questo è ciò che si intende con il grido: “From the river to the sea”. La cancellazione della casa del popolo ebraico. Perché Betlemme, Nazareth e Gerusalemme possano diventare Judenfrei [libere dagli ebrei].

Queste proteste possono apparentemente essere presentate come manifestazioni contro le azioni di Israele a Gaza, ma in realtà sono dirette contro la continua esistenza di Israele. Israele viene denunciato come uno stato che compie un apartheid e che porta avanti un genocidio. I peggiori mali degli ultimi cento anni: l’apartheid e il genocidio, vengono portati avanti in un paese, in un costrutto sionista, nella casa degli ebrei.  Le richieste di boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni da parte dei manifestanti fanno parte di una campagna – la campagna BDS – che io vedo come esplicitamente antisemita. Il Britain-Israel Communications and Research Centre ha presentato prove al Parlamento chiarendo che il “fondatore e ideologo del movimento BDS – ha ripetutamente detto che non riconosce a Israele il diritto a esistere”, e che la campagna BDS “si oppone a uno stato ebraico in qualsiasi parte della Palestina”. L’obiettivo finale è chiaro: l’eliminazione di Israele. Essere chiari su ciò che vogliono quelli della campagna BDS non vuol dire dare al governo israeliano, a qualsiasi governo israeliano, un lasciapassare.

È naturalmente legittimo e talvolta necessario criticare la condotta del governo di Israele. Questo è il motivo per cui, dal 7 ottobre, abbiamo continuamente sottolineato la necessità che gli aiuti fluiscano liberamente verso i civili a Gaza, abbiamo lavorato per il progresso diplomatico verso la pace, sottolineato che ci dovrà essere, in ultima analisi, una soluzione a due stati e sostenuto che l’azione militare deve essere regolata dal diritto umanitario internazionale. Ma mentre è necessario essere chiari su dove possiamo differire dal governo israeliano in qualsiasi momento, proprio come differiamo dagli altri amici di volta in volta, è ancora più necessario essere chiari su ciò che sta accadendo su larga scala. Dobbiamo attirare l’attenzione sul modo in cui Israele, unico tra le nazioni, viene trattato in modo diverso dagli altri. Per capire perché. E per vedere qual è l’impatto sulla comunità ebraica della Gran Bretagna.

Non ci sono campagne BDS contro la Siria di Bashar Assad, il regime colpevole di aver ucciso più musulmani di qualsiasi altro, a memoria d’uomo. Non ci sono accampamenti di studenti che esortano gli amministratori universitari a tagliare tutti i legami con la Cina, per via di ciò che sta accadendo nello Xinjiang o a Hong Kong, o ciò che è accaduto in Tibet. Non vedo manifestazioni per chiedere un’azione immediata per fermare la persecuzione dei Rohingya o dei Karen da parte del governo della Birmania. Forse me lo sono perso, ma nei nostri campus non vedo energie per porre fine alla guerra in Sudan, o nella Repubblica Democratica del Congo o in Mali o in Etiopia. E se non con Israele, da nessuna parte viene implicato che gli errori o persino i crimini dei leader di un paese debbano portare alla fine dell’esistenza indipendente di quel paese. Nessuno sostiene che lo stato della Siria sia illegittimo, o che la Birmania debba essere smantellata.

Ecco perché l’argomentazione secondo cui il grido “From the river to the sea”, o le richieste per un’intifada globale, o chiedere la vittoria della resistenza non sono davvero antisemite, in realtà sono in malafede. Queste sono grida mirate contro la realtà dell’esperienza collettiva degli ebrei. Vogliono negare la realtà della sofferenza collettiva ebraica. Chiedono la fine dell’esistenza collettiva degli ebrei. Dovremmo tutti ricordare ciò che hanno chiesto, quando erano finalmente liberi, le persone che hanno sopportato l’antisemitismo nella peggiore delle situazioni. Hanno chiesto una casa sicura. Quando l’esercito britannico liberò Bergen-Belsen nel 1945, i sopravvissuti in quel campo segnalarono la fine della loro persecuzione con un canto di salvezza. Hatikvah, la canzone che poi è diventata l’inno nazionale di Israele.

[…] Quelle voci non potevano essere schiacciate ottant’anni fa. Ma c’è un numero crescente di persone che oggi vuole mettere a tacere quella canzone. E da nessuna parte questo impegno è visibile come oggi nei nostri campus. Gli accampamenti sorti nelle ultime settimane nelle università sono stati animati da una retorica e agitazione anti israeliana. Ma più di questo sono stati profondamente intimidatori per gli studenti ebrei e anche per altri. Eppure, non sono nati dal nulla. Arrivano da anni di radicalizzazione ideologica. Gli accampamenti, nei loro slogan, programmi e rivendicazioni riflettono la moda intellettuale prevalente: la decolonizzazione.  La sinistra radicale, l’estrema sinistra, rifiuta l’idea che gli stati di successo – che si tratti del Regno Unito, di Israele, della Corea del Sud, degli Stati Uniti o di qualsiasi altra nazione europea – possano aver prosperato grazie al libero mercato, ai valori dell’illuminismo, al parlamentarismo liberale, ai diritti di proprietà e al capitalismo, e così via.

L’estrema sinistra trova impossibile riconoscere che standard di vita materiali più elevati – e in effetti una maggiore prosperità dell’uomo – in alcuni stati piuttosto che in altri sono meglio spiegati in riferimento a Adam Smith, John Locke, Edmund Burke e Karl Popper piuttosto che a Karl Marx, Vladimir Lenin, Franz Fanon e Edward Said. Quindi sostengono che la prosperità di stati come Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Spagna e persino Australia o Canada deve essere costruita sullo sfruttamento e sull’impero. […]

Ma queste idee sono profondamente congeniali a quegli stati autoritari che sono, sempre più, schierati insieme contro di noi. Per l’Iran, per la Cina e anche per la Russia, la narrazione della decolonizzazione è pane per i loro denti. L’idea che il successo delle nazioni occidentali liberali sia costruito sul saccheggio e sullo sfruttamento, e che cerchiamo ancora oggi di dominare gli altri con mezzi illegittimi, che il nostro attaccamento alla libertà sia mera ipocrisia, è centrale nei loro sforzi per far progredire i loro obiettivi. Ecco perché le forze all’interno di quei poteri cercano di influenzare il dibattito nel nostro paese. Vogliono indebolire la nostra determinazione collettiva a sostegno dei valori democratici e delle altre democrazie. E sanno che se possono minare il sostegno a Israele, incoraggiando un’ampia mancanza di fiducia nei valori dell’occidente, si possono assicurare una significativa vittoria. Non è una semplice coincidenza che Iran, Russia e Cina siano fonti e propagatori di narrazioni antisemite e anti israeliane.

Sanno che quelle correnti intellettuali erodono le nostre difese condivise. E sanno che se la narrazione della decolonizzazione e la delegittimazione che ne consegue possono prevalere nel caso di Israele, allora si creerà una profonda breccia nella difesa collettiva dell’occidente. Perché da nessuna parte la narrazione è più astorica e illogica di quando si tratta di Israele. Ma sanno che se minano Israele gli altri cadranno come un domino.

Perché delegittimare Israele è così importante? Perché Israele ha un successo trasparente grazie ai suoi valori democratici, non a una storia di sfruttamento. Israele non ha quasi risorse materiali. E’ stato circondato da nemici sin dalla sua ri-creazione. E quei nemici cercarono di strangolarlo alla nascita. E’ una terra di rifugiati e richiedenti asilo. Costruita da coloro che fuggono dalle persecuzioni, non attuandole. E Israele era essa stessa una nazione rinata dopo la sottomissione imperiale dell’Impero Ottomano che durò per centinaia di anni. Israele nel 1948 era un povero, sdegnato e assediato fragile figlio dell’Impero. Eppure Israele ha successo. Perché? Per i suoi valori. Una fede nel coraggio, nell’impresa e nello sforzo. Crede nel valore dell’anima individuale. Una democrazia solida. Un’economia di mercato. Un impegno verso la libertà.

Ma per una sezione dell’estrema sinistra radicale riconoscerlo significherebbe ammettere che la loro ideologia è sbagliata, che la teoria della decolonizzazione è confutata dai fatti sul campo, che la vera strada verso la prosperità e il progresso si raggiunge attraverso i liberi mercati e i popoli liberi in forti stati nazione liberali.

Quindi il successo di Israele deve essere delegittimato, i suoi risultati denigrati, il suo esempio smantellato. Deve essere bollato come uno stato di coloni, un costrutto coloniale, una realtà razzista. Deve essere riconosciuto colpevole dei più grandi peccati dell’impero: apartheid e genocidio. Un conto sarebbe se questi argomenti fossero limitati alle aule seminari e agli articoli di giornale. Ma come ci ricorda la storia, le idee hanno conseguenze.

Ci sono voci nel mondo accademico che hanno descritto il pogrom del 7 ottobre come una de-colonizzazione in azione. Mahvish Ahmad, assistente professore di diritti umani e politica alla London School of Economics, ha risposto al massacro di Hamas dicendo che la decolonizzazione “non è una metafora”. E un professore associato alla McMaster University in Canada, Ameil J Joseph, ha occupato lo stesso terreno intellettuale. “Post-coloniale, anti-coloniale e decoloniale non sono solo parole di cui senti parlare nel tuo corso EDI [uguaglianza, diversità e inclusione]”, ha twittato. E l’effetto di quella retorica, di quelle opinioni, di quella celebrazione della resistenza è stato vissuto dagli studenti ebrei come ostile e intimidatorio nei campus del Regno Unito.

Nell’Università di Leeds all’inizio di questo mese dei graffiti hanno proclamato che la facoltà stava finanziando un “genocidio del cazzo”, e altri graffiti che dicevano: “Israele sta raccogliendo gli organi dei palestinesi”. Questa è un’invocazione diretta di una dei più antiche e feroci accuse antisemite. L’accusa di sangue. All’Università di Bristol i manifesti dell’accampamento affermano che i nostri media e politici mentono perché sono “finanziati dai sionisti”. Un altro cliché antisemita: l’onnipotente cospirazione ebraica. Alla SOAS, parte dell’Università di Londra, è stata fatta una dichiarazione di “piena solidarietà” con la resistenza palestinese – cioè Hamas – e un proclama che dice che l’unione studentesca è uno “spazio storicamente antisionista e ha il dovere di sostenere le manifestazioni BDS”. Ancora una volta, viene detto agli studenti ebrei che non sono i benvenuti a meno che non neghino la propria identità.

L’antisemitismo riproposto per l’era di Instagram. Accanto a queste manifestazioni studentesche, accademici di estrema sinistra che promuovono narrazioni di decolonizzazione, come David Miller, delineano un programma che dice agli ebrei in Gran Bretagna quali dovrebbero essere i loro termini di resa. Chiede la fine delle “organizzazioni sioniste“, un programma di “de-sionizzazione individuale” e “l’abolizione dell’entità sionista o della speranza che possa mai rinascere”, nonché un “programma di rieducazione” per affrontare gli “effetti tossici”, nel nostro paese, delle “idee sioniste”. Come possono gli studenti ebrei viverla come qualcosa che non sia ostilità e odio? E come possiamo permettere che continui in modo incontrastato? Non possiamo.

Ecco perché il governo sta prendendo provvedimenti. Ecco perché stiamo legiferando per impedire alle università di autorizzare l’antisemitismo, sostenendo la campagna antisemita BDS. La legislazione si sta facendo strada attraverso la Camera dei Lord ed è stata approvata da politici di tutti i partiti, nonché dal Board of Deputies of British Jews e dal Jewish Leadership Council. Ascoltate la comunità ebraica, mandate un messaggio agli antisemiti nei nostri campus, appoggiate il disegno di legge ora. Bisogna fare molto di più. Credo che le università, le scuole, i dipartimenti governativi, il servizio sanitario nazionale e il governo locale – tutti gli enti pubblici – dovrebbero firmare una carta contro l’antisemitismo. Dobbiamo anche garantire che le marce nelle nostre strade che hanno causato così tanto disagio, anzi intimidazione fisica, agli ebrei, siano affrontate in modo più efficace.

Qui non si vuole criticare la polizia, che deve operare in un quadro che noi politici abbiamo stabilito. Noi politici dobbiamo fare di meglio. E possiamo. Oggi l’ex deputato laburista John Woodcock pubblicherà un rapporto innovativo sulla violenza politica e l’intimidazione. La sua analisi è brillante e le sue raccomandazioni sono convincenti e di vasta portata. Alcune richiederanno un dibattito dettagliato e una riflessione, ma ciò non può essere una scusa per ritardare le sfide che dobbiamo affrontare. Dobbiamo fare rapidi progressi per affrontare le conseguenze intimidatorie delle manifestazioni osservando il loro effetto cumulativo, considerare più da vicino come controllare le ripetute invocazioni ai pregiudizi e garantire che gli organizzatori paghino per le conseguenze delle loro azioni. E poi dobbiamo rafforzare il ruolo del Consigliere indipendente del governo sull’antisemitismo; e per prendere la questione con la serietà che richiede, intendo istituire un consulente indipendente parallelo sull’odio anti-musulmano. Dobbiamo anche chiamare i gruppi estremisti, assicurarci che non ricevano piattaforme pubbliche, approvazione o denaro, controllare le associazioni di beneficenza e guardare a come si possa garantire che gli estremisti non abusino del nostro sistema fiscale.

Ma accanto alla legislazione in parlamento e all’azione esecutiva da parte del governo c’è un dovere più ampio. Per tutti noi. Non dobbiamo tacere. Non dobbiamo lasciare che la tolleranza diventi un relativismo morale che rifiuta di difendere i princìpi e le tradizioni democratiche che amiamo in questo paese. Dobbiamo dire ad ogni cittadino ebreo in questo paese: la vostra sicurezza è la migliore garanzia della nostra sicurezza, la vostra libertà di vivere come scegliete è l’unico modo in cui possiamo essere certi di rimanere una terra di libertà, il vostro futuro è il nostro futuro. Abbiamo detto “Mai più”. E questa è una promessa che non rinnegheremo mai e poi mai.

Traduzione di Giulio Silvano

Fonte: Il Foglio

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