Trump attacca (giustamente) l’Europa: “Bruxelles è l’inferno, integrazione fallita”

Il candidato alla nomination repubblicana nella corsa alla Casa Bianca, in netto vantaggio nei sondaggi, va giù pesante con la città europea e con l’Ue. E i belgi …

Il candidato alla nomination repubblicana nella corsa alla Casa Bianca, in netto vantaggio nei sondaggi, va giù pesante con la città europea e con l’Ue. E i belgi rispondono con l’hashtag #hellhole.

Donald Trump ha criticato duramente la città di Bruxelles, definendola “un buco infernale” e scatenando, sui social, i cittadini della capitale belga. Nel corso di un’intervista il candidato alle primarie del partito repubblicano ha poi attaccato la mancanza di integrazione nelle città del Vecchio Continente e, più in generale, la politica europea in tema di immigrazione.

“Io sono stato a Bruxelles molto tempo fa, vent’anni fa, ed era una città cosi’ bella… Ora è come vivere in un inferno – ha detto il magnate statunitense sottolineando, in particolare, la mancanza di integrazione con la popolazione musulmana.

Leggi anche: Elezioni Casa Bianca: si candida anche Bloomberg, Trump e Sanders in testa

La reazione: pioggia di tweet – La reazione dei cittadini non si è fatta attendere: su Twitter sono tantissimi i post contenenti pittoresche immagini della loro città, accompagnate dall’hashtag #hellhole.

L’attacco a Obama – Il candidato alla Casa Bianca è poi tornato sulla sua proposta di vietare l’ingresso ai musulmani negli Stati Uniti, facendo il paragone con l’Europa dove, così dice, “le regole della legge islamica stanno prendendo sempre più piede: Vai a Bruxelles, vai a Parigi, c’è qualcosa che sta accadendo e non è un qualcosa di buono”.

Poi l’affondo contro Barack Obama: “Noi abbiamo un presidente che non vuole nemmeno parlare di terrorismo islamico”.

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8 commenti

  1.   

    Ecco perchè già nel 1880 John Swinton, capo redattore del NYT, definì i giornalisti ” prostitute intellettuali

    Originariamente inviato da ronin: “Noi siamo così grati al Washington Post, al New York Times, al Time Magazine e alle altre pubblicazioni i cui direttori hanno partecipato alle nostre riunioni rispettando le loro promesse di discrezione per almeno 40 anni. Per noi sarebbe stato impossibile sviluppare il nostro progetto per il mondo se fossimo stati soggetti alla brillante luce della pubblicità.” David Rockefeller, founder and member of the CFR and the TC, at Bilderberger Global Strategy mtg, 1991. Clinton attended.

     

  2.   

    “Noi siamo così grati al Washington Post, al New York Times, al Time Magazine e alle altre pubblicazioni i cui direttori hanno partecipato alle nostre riunioni rispettando le loro promesse di discrezione per almeno 40 anni. Per noi sarebbe stato impossibile sviluppare il nostro progetto per il mondo se fossimo stati soggetti alla brillante luce della pubblicità.”
    David Rockefeller, founder and member of the CFR and the TC, at Bilderberger Global Strategy mtg, 1991. Clinton attended.

  3.   

     ..In compendio all’articolo di T-Shirt, su cosa succederebbe, in caso Trump vincesse le elezioni, vorrei aggiungere le parti dell’articolo originale del Financial Time, sugli “economic losers” mancanti su quello riportato , del Sole 24 Ore: 
    ” Sono milioni di persone al mondo, se non miliardi, che non hanno ricevuto alcuna soddisfazione economica dalla vita “presi in giro e umiliati ” dall’alta finanza, dalle varie elite che dominano il mondo delle lobby. Un esercito di ” Umiliati e Offesi” che ora, almeno nei sistemi deve vige la democrazia, hanno finalmente l’occasione di dire basta alle offese che hanno subito, a partire dalle tasse , ai risparmi che hanno visto svanire per colpa di Banche Mal Gestite, ed ingiustizie economiche.
    Ma il Financial Time avverte: “I populisti non devono vincere. La storia la conosciamo gia’: va a finire molto male- Nel caso degli Stati Uniti, il risultato avrebbe un significato globale molto forte. L’America ha fondato l’Ordine Liberale Globale e ne rimane Garante. Il Mondo ha disperatamente bisogno di una leadership Usa ben Informata. E Trump non ne e’ capace. Il risultato ( di una sua eventuale vittoria) sarebbe catastrofico.”  ( Non specifica per chi ).  F.T.
    Questa parte mancante chiarisce  il concetto Democratico delle votazioni, in cui i ” Perdenti ” avrebbero si l’ occasione di dire basta alle offfese subite, ma solo votando i soliti predestinati, per continuare il Sistema su cui l’America ha fondato l’Ordine Liberale Globale, a cui tutto il mondo si deve assoggettare. Che poi si autodefinisca Garante, e’ una Offesa Grave per ogni principio di liberta’ e democrazia, poiche’ dovrebbe risarcire il mondo intero, per infiniti crimini commessi.
     

  4.   

    Secondo un rapporto di Reuters, l’elite finanziaria è preoccupata per il fatto che i repubblicani possano nominare Trump, ma spera ancora nel fallimento della  sua campagna.
    Najal Ferguson dell’Università di Harvard, ha detto a Reuters che Trump non ha alcuna possibilità di diventare presidente e che ha il sostegno del pubblico proprio perché le persone sono arrabbiato con il governo.
    “Spero che Trump possa essere umiliato”, ha detto Ferguson per Bloomberg.
    E in quale modo Trump potrebbe essere umiliato?
    Secondo  la giornalista Ann Coulter, questa umiliazione potrebbe venire nella forma di  un “falso scandalo” che si verificherà prima della convention del partito in Iowa.
     
    Per ricordare, il potente Gruppo Bilderberg ha sostenuto Hillary come futuro presidente alla conferenza annuale nel giugno dello scorso anno
     

  5.   

    @ T-shirt…posso capire il tuo sconcerto, poiche’ hai una concezione diversa dalla mia sui Governi  Usa. Permettimi di fare delle considerazioni.
    Forse Trump sarebbe il candidato giusto, a cui non necessita passare attraverso la mediazione di una politica subalterna ai poteri economici, al contrario della Clinton che per la sua campagna si deve ” appoggiare” all’apparato militare industriale, restandone incolllata, senza che gli elettori ne comprendano il significato, per poi dover rendere il grosso favore.
    Lui giochera’ sporco come Obama che da nero difendeva i neri; lui da ricco non ha bisogno di rubare..Stessa musica stonata, vero…
    In verita’ la sua debolezza sara’ di concedere un nesso  diretto, tra pensiero unico e potere reale, togliendo il paravento creato dalla ritualita’ politica  e forse favorendo una maggior consapevolezza di cio’ che e’ davvero il capitalismo finanziario intento a detassare i ricchi e negare assistenza sanitaria ai poveri…e non solo.
    Con le sue posizioni ultramericane poi sarebbe un vantaggio per la comunita’ internazionale, che non si troverebbero di fronte ad ambiguita’ come colombe per nascondere i falchi, falsi terrorismi, veri terrorosmi finanziati, ricatti coperti, azioni di disturbo, guerre piu’ o meno fredde, movimenti nazi-arancioni teleguidati, sanzioni etc…e non ultimo, data la sua simpatia per Putin, sgretolare la macchina da guerra costruita contro la Russia,  a cui  invece il Congresso ieri ha dato lo start ufficiale, passando prima per la Libia.
    Comprendo molto bene che la sola presenza in campagna elettorale e’ di per se’ un segno di involuzione dell’Impero e dello sprofondo in cui e’ giunta la Democrazia; livello condotto da Obama, condiviso dalla Clinton ed i neocon Repubblicani, con a capo i Bankster peggiori. Questa e’ gia’ oggi l’america.
    Io sono ottimista: peggio di cosi’ non puo’ andare, magari si ferma la Guerra, e non e’ poco… chissa’.
    Tu cosa pensi che accadra’ invece???

  6.   

    Tshirt 
    ma ci rendiamo conto di cosa sta per accadere al mondo intero se Trump questo novembre diventa presidente degli Stati Uniti
    I Simpson non ce l’hanno detto. Avrebbero dovuto?
    Ciao con un sorriso

    Originariamente inviato da Tshirt: ma ci rendiamo conto di cosa sta per accadere al mondo intero se Trump questo novembre diventa presidente degli Stati Uniti? Altro che film di fantascienza! ecco un buon articolo sul successo ovunque dei candidati populisti che esprimono la rivolta dei cittadini contro gli establishment: I perdenti economici in rivolta contro le élite Anche i perdenti possono votare. La democrazia è questo, ed è giusto che sia così. Se si sentono sufficientemente imbrogliati e umiliati, voteranno per Donald Trump negli Stati Uniti, per Marine Le Pen in Francia o per Nigel Farage nel Regno Unito. Sono quelle persone, specialmente negli strati popolari autoctoni, che si lasciano sedurre dalle sirene di politici che mettono insieme il nativismo dell’estrema destra, lo statalismo dell’estrema sinistra e l’autoritarismo di entrambe.   Sopra ogni altra cosa, queste persone rigettano le élite che dominano la vita economica e culturale dei loro Paesi: sono le stesse élite che la settimana scorsa si sono riunite a Davos per il Forum economico mondiale. Le possibili conseguenze fanno paura. Le élite devono elaborare risposte intelligenti, e potrebbe già essere troppo tardi.   L’ala destra della classe dirigente porta avanti da tempo un progetto fatto di aliquote fiscali basse, apertura all’immigrazione, globalizzazione, limitazione dei costosi programmi di welfare, deregolamentazione del mercato del lavoro e massimizzazione del valore per l’azionista. L’ala sinistra porta avanti un progetto fatto di apertura all’immigrazione (di nuovo), multiculturalismo, laicismo, diversità, libertà di scelta sull’aborto e uguaglianza di razza e di genere. I libertarians sposano le cause di entrambi gli schieramenti: è per questo che sono una minoranza minuscola.   Pian piano, le élite si sono distaccate dalle lealtà e dagli interessi nazionali, dando vita a una superélite globale. Non è difficile capire perché le persone comuni, in particolare se di sesso maschile e native del luogo, si sentono alienate. Loro sono i perdenti, almeno in senso relativo: non ricevono una parte equa dei benefici. Si sentono usati e abusati. Dopo la crisi finanziaria e il lento recupero del tenore di vita, le élite sono viste come una massa di predatori incompetenti. Non c’è da stupirsi che in tanti siano arrabbiati, c’è da stupirsi al contrario che in tanti non lo siano.   Branko Milanovic, ex economista della Banca mondiale, ha dimostrato che fra il 1988 e il 2008 solo due segmenti della distribuzione del reddito a livello mondiale non hanno guadagnato praticamente nulla, in termini reali: i 5 percentili più poveri e quelli situati fra il 75° e il 90° percentile. In quest’ultima fascia è compreso il grosso della popolazione dei Paesi ad alto reddito.   Analogamente, uno studio dell’Economic Policy Institute di Washington dimostra che la retribuzione dei lavoratori ordinari da metà anni 70 in poi è cresciuta molto meno della produttività. Le spiegazioni sono un miscuglio complesso di innovazione tecnologica, liberalizzazione degli scambi, cambiamenti nella governance delle aziende e liberalizzazione finanziaria. Ma il fatto è indiscutibile: negli Stati Uniti (ma anche, in misura minore, in altri Paesi ad alto reddito), i frutti della crescita si concentrano al vertice della piramide.  

     

  7.   

    Tshirt, questa è la storia da che mondo è mondo! E in una continua spirale si ripete!
    Auguriamoci che rimanga almeno il pianeta Terra abitabile, altrimenti siamo tutti spacciati, noi e ancor più i nostri discendenti!

  8.   

    ma ci rendiamo conto di cosa sta per accadere al mondo intero se Trump questo novembre diventa presidente degli Stati Uniti? Altro che film di fantascienza!
    ecco un buon articolo sul successo ovunque dei candidati populisti che esprimono la rivolta dei cittadini contro gli establishment:
    I perdenti economici in rivolta contro le élite
    Anche i perdenti possono votare. La democrazia è questo, ed è giusto che sia così. Se si sentono sufficientemente imbrogliati e umiliati, voteranno per Donald Trump negli Stati Uniti, per Marine Le Pen in Francia o per Nigel Farage nel Regno Unito. Sono quelle persone, specialmente negli strati popolari autoctoni, che si lasciano sedurre dalle sirene di politici che mettono insieme il nativismo dell’estrema destra, lo statalismo dell’estrema sinistra e l’autoritarismo di entrambe.
     
    Sopra ogni altra cosa, queste persone rigettano le élite che dominano la vita economica e culturale dei loro Paesi: sono le stesse élite che la settimana scorsa si sono riunite a Davos per il Forum economico mondiale. Le possibili conseguenze fanno paura. Le élite devono elaborare risposte intelligenti, e potrebbe già essere troppo tardi.
     
    L’ala destra della classe dirigente porta avanti da tempo un progetto fatto di aliquote fiscali basse, apertura all’immigrazione, globalizzazione, limitazione dei costosi programmi di welfare, deregolamentazione del mercato del lavoro e massimizzazione del valore per l’azionista. L’ala sinistra porta avanti un progetto fatto di apertura all’immigrazione (di nuovo), multiculturalismo, laicismo, diversità, libertà di scelta sull’aborto e uguaglianza di razza e di genere. I libertarians sposano le cause di entrambi gli schieramenti: è per questo che sono una minoranza minuscola.
     
    Pian piano, le élite si sono distaccate dalle lealtà e dagli interessi nazionali, dando vita a una superélite globale. Non è difficile capire perché le persone comuni, in particolare se di sesso maschile e native del luogo, si sentono alienate. Loro sono i perdenti, almeno in senso relativo: non ricevono una parte equa dei benefici. Si sentono usati e abusati. Dopo la crisi finanziaria e il lento recupero del tenore di vita, le élite sono viste come una massa di predatori incompetenti. Non c’è da stupirsi che in tanti siano arrabbiati, c’è da stupirsi al contrario che in tanti non lo siano.
     
    Branko Milanovic, ex economista della Banca mondiale, ha dimostrato che fra il 1988 e il 2008 solo due segmenti della distribuzione del reddito a livello mondiale non hanno guadagnato praticamente nulla, in termini reali: i 5 percentili più poveri e quelli situati fra il 75° e il 90° percentile. In quest’ultima fascia è compreso il grosso della popolazione dei Paesi ad alto reddito.
     
    Analogamente, uno studio dell’Economic Policy Institute di Washington dimostra che la retribuzione dei lavoratori ordinari da metà anni 70 in poi è cresciuta molto meno della produttività. Le spiegazioni sono un miscuglio complesso di innovazione tecnologica, liberalizzazione degli scambi, cambiamenti nella governance delle aziende e liberalizzazione finanziaria. Ma il fatto è indiscutibile: negli Stati Uniti (ma anche, in misura minore, in altri Paesi ad alto reddito), i frutti della crescita si concentrano al vertice della piramide.