POTERI FORTI, POTERI DEBOLI / Pd: renziani in guerra. Il premier apre a modifiche all’Italicum

À la guerre comme à la guerre. I renziani messi al bando dal premier-segretario, dopo un periodo di silenzio, riprendono voce all’indomani dell’inglorioso risultato del primo turno di Amministrative. Sono …

renzianiÀ la guerre comme à la guerre. I renziani messi al bando dal premier-segretario, dopo un periodo di silenzio, riprendono voce all’indomani dell’inglorioso risultato del primo turno di Amministrative. Sono quelli della prima ora, contenti della scelta di Renzi di prendere il partito e molto meno della sua volontà di intrufolarsi a Palazzo Chigi senza passare dal voto. Proprio per questo, una volta cacciato Letta, loro sono i primi ad essere finiti in un cassetto a prendere polvere, soppiantati da squadracce di yes-men e yes-woman, pronti a elogiare il “Capo” anche quando faceva delle evidenti cappellate. Anzi, soprattutto in quei momenti. La guerra è appena iniziata, chissà chi la spunterà: molto dipenderà ovviamente dalle partite di Torino e Roma ai ballottaggi, dove in campo ci sono proprio le correnti che sostengono il premier-segretario: i Giovani turchi-ex Ds di Orfini e Orlando sotto la Mole, e i rutelliani ex margherita all’ombra del Colosseo di Gentiloni e sodali. Chi perde va a casa. O meglio, dovrebbe andarci: almeno così Renzi dice sempre che deve essere il “suo” Pd. Preparate il pop corn.

berlusconi maloreMediaset, Forza Italia e il curioso caso di Silvio “Benjamin Button” Berlusconi. Amici e nemici sono saltati dalla poltrona, martedì 7 giugno, nell’apprendere la notizia che Silvio Berlusconi è stato ricoverato all’ospedale San Raffaele di Milano, per uno scompenso cardiaco. Ma agli occhi più attenti non è sfuggito il particolare, tutt’altro che rilevante, di una contemporanea impennata del titolo Mediaset in Borsa. Cioè, se il Cav sta male le sue aziende guadagnano: la logica dice che dovrebbe essere l’esatto contrario, invece è andata proprio così. Tanto che nei palazzi romani della politica c’è, tra chi lo conosce da trent’anni e riconosce che deve tutto a lui, chi sorride pensando che forse lo ha fatto apposta. Ma c’è anche chi, vista la debolezza del leader vorrebbe approfittarne e rubargli terreno. Ogni riferimento a Salvini è puramente voluto. Col Berlusca fuori gioco, ora il segretario leghista può intestarsi la nuova campagna di Stefano Parisi per il ballottaggio a Milano. Ma se dovesse perdere cosa accadrebbe? E allora torna utile il quesito posto dal deputato a Roma: non è che lo ha fatto apposta? Del resto, come un Benjamin Button al contrario, più invecchia e più le sue quotazioni aumentano. E’ successo con Mediaset dopo il ricovero, può succedere anche in politica?… E le ruspe stanno a guardare.

renzi bersaniIn caso di sconfitta ai ballottaggi, si cambia l’Italicum. Matteo Renzi aveva cucito la nuova legge elettorale attorno ai suoi bisogni, con una soglia di primo turno del 40%, il premio alla lista e non alla coalizione, l’accaparramento dei voti ai partiti minori al primo turno senza dover dare seggi in cambio, preferenze dal secondo posto in poi per mettere a tacere la Consulta e capilista automaticamente eletti per zittire le lagne dei suoi fedelissimi senza voti. Quando pensò la legge erano i tempi delle Europee 2014, il Pd veleggiava al 40,8%, i suoi candidati facevano incetta di preferenze e il Movimento 5 Stelle arrancava, così come il centrodestra. Dopo due anni, però, le Amministrative hanno detto che molto è cambiato e quello che si era studiato non vale più tanto: i grillini hanno imparato ad andarsi a prendere le preferenze, anche facendo accordi sotto banco con la destra (Roma docet). Ecco perché, in caso di sconfitta a Roma e Torino, ambienti vicini al premier riferiscono che si può riaprire il dibattito sull’Italicum, magari sacrificano le preferenze ufficialmente perché creano clientele e malaffare, ufficiosamente perché così sarebbero i leader a giocarsi la vera partita delle elezioni politiche, e anche il M5S ne dovrebbe scegliere uno, contravvenendo in qualche modo all’attuale ordine interno, che comunque aveva garantito un minimo di tregua, almeno in campagna elettorale. In questo modo, oltretutto, Renzi farebbe felice Bersani, Cuperlo e la minoranza del Pd. Al referendum deve vincere, altrimenti vanno a casa lui, i suoi uomini e anche tutto quel parterre di interessi e interessati che lo sostiene. La testa dell’Italicum in cambio della propria al referedum sulle riforme costituzionali? Come diceva Obama (e Veltroni copiava), “si può fare”.

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