Indipendenza e referendum: il Kurdistan è un esempio, la Spagna no

Urne aperte, Erbil vede il 'sogno' della separazione dall'Iraq. Madrid e Catalogna invece sono ai ferri corti dopo una lunga fiera di errori.

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Kurdistan iracheno alle urne oggi per uno storico referendum sull’indipendenza da Baghdad dalle conseguenze imprevedibili, sia per l’Iraq che per altri Paesi dell’area, a cominciare dalla Turchia, preoccupata delle conseguenze sulla ‘sua’ minoranza curda, concentrata nel Sud-est del Paese.

Le operazioni di voto sono iniziate alle 8 (le 7 in Italia) e continueranno per 12 ore. Sono 12.072 i seggi a cui sono chiamati i 5,3 milioni di elettori registrati, sparsi in tre province del Kurdistan autonomo: Erbil, Sulaimaniyah e Dohuk, ma anche la nella provincia contesa (e ricca di petrolio) di Kirkuk. I risultati saranno resi noti domani, con una valanga di ‘sì’ al distacco dall’Iraq, all’idea di lanciare per la prima volta nella storia un processo di reale formazione di uno Stato curdo.

Voluto dal presidente della regione autonoma curda Massoud Barzani e promosso dal suo PdK, il Partito democratico del Kurdistan, la consultazione popolare in realtà non è appoggiata da tutte le forze politiche. Non piace in particolare all’Unione patriottica del Kurdistan (PuK) che nelle ultime settimane non si è certo spesa per la mobilitazione degli elettori.

Il problema non è l’idea in sé dell’indipendenza, che raccoglie un trasversale favore, ma lo stesso Barzani. Secondo molti analisti il vero obiettivo del presidente è infatti rafforzare il suo potere e tentare di strappare un ulteriore mandato. Cogliendo allo stesso tempo la congiuntura favorevole per rivendicare la causa del “popolo senza uno Stato”, i cui combattenti sono stati – e in Siria continuano ad essere – cruciali nella guerra allo Stato islamico.

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Barzani, presidente del Kurdistan dal 2005, ha già ottenuto due proroghe dell suo mandato, scaduto oltre quattro anni fa e i suoi oppositori dichiarano illegale la sua permanenza alla guida della regione autonoma. Il primo novembre, sempre su decisione di Barzani, si terranno nuove elezioni presidenziali.

Il referendum per l’indipendenza trova apertamente contrario il governo centrale iracheno e preoccupa non poco anche i Paesi confinanti dove vivono importanti minoranze curde: Turchia soprattutto, ma anche Iran e la stessa Siria. Anche i curdi siriani hanno votato in questi giorni, in realtà, per eleggere (è la prima volta) i loro rappresentanti locali, decisi a cementare un assetto regionale semi-autonomo.

Iniziativa che il governo centrale siriano ha liquidato come “uno scherzo” e che ha attirato meno attenzione di quella in Iraq, ma tenuta d’occhio dai Paesi della regione, che temono un’accelerata delle spinte indipendentiste del popolo curdo, da sempre in attesa del momento opportuno per iniziare a costruire uno Stato nazionale.

Sondaggio: la Catalogna punta il dito contro Rajoy

Quasi il 60 per cento dei catalani pensa che il prossimo referendum sull’indipendenza della regione dalla Spagna non avrà valore legale. Lo ha rivelato un sondaggio di Metroscopia sulla consultazione indetta il 6 settembre dal Parlamento della Catalogna che si terrà il prossimo 1 ottobre. Secondo l’indagine il 57 per cento dei catalani lo ritiene non conforme a Costituzione: la maggior parte degli intervistati, vale a dire il 82 per cento, ritiene che l’unico modo per risolvere la questione dell’indipendenza sia quello di un referendum concordato con il governo centrale.

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Il 79 per cento ritiene responsabile dello scontro frontale la politica destrorsa del primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ed è maggioritaria l’opinione che le probabilità di un accordo sul referendum sarebbero più alte con un governo diverso. Intanto continuano le tensioni nel Paese dopo che la settimana scorsa la Guardia Civil spagnola ha arrestato più di 10 persone tra gli alti funzionari della Catalogna più impegnati sul referendum. Il che ha innescato un’ondata di proteste in tutta la regione.

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