Guerra Israele – Gaza: Netanyahu e Hamas nemici e complici

Il groviglio del Medio Oriente, di cui nessuno tiene il filo, per cui dominano gli estremisti. L'Autorità/Fatah contro Hamas e Israele contro l'Autorità, perché il West Bank è il premio che non si vuole dividere.

0 241 0
0 241 0

(WSC) ROMA – La guerra di Gaza è cominciata a Gerusalemme Est. Netanyahu è ancora in ordinaria amministrazione, i suoi rivali girano a vuoto, e nulla come una seria crisi lo può tenere al potere e fuori di galera. Bibi ha forzato la mano dell’occupazione: sfratti, restrizioni, repressioni in pieno Ramadan, con la strana pazienza dell’Autorità palestinese che gioca in attesa. Hamas ha però deciso di intervenire, in difesa di Gerusalemme/Al Quds ma anche per assestare un colpo ad Abu Mazen. Rimandate di 10 anni, le elezioni non si faranno più, Israele non le vuole, Abu Mazen le teme, e Hamas sta votando con i razzi. E’ un triangolo. L’Autorità/Fatah contro Hamas e Israele contro l’Autorità, perché il West Bank è il premio che non si vuole dividere. Da sempre, Hamas e Israele sono nemici e complici, questa guerra non cambia l’assetto. I palestinesi del West Bank non riescono a votare, forse preferirebbero Hamas, meno corrotta, chissà. Ma non è detto che Hamas trionfi a Gaza.

I palestinesi dei Territori, tutti, sono in un limbo senza diritti, politici o altro. Inoltre, Israele ha il 20% di cittadini arabi, che non sono proprio uguali agli altri, lo dice chiaro la legge sulla nazione ebraica (2018), capolavoro di Bibi. La loro inquietudine fa paura a Israele, non per un ipotetico appoggio ad Hamas etc ma in termini politici interni: può saltare l’assetto ebraico-sionista su cui poggia lo Stato, il che è un incubo per molti israeliani ebrei. E poi ci sono gli altri, intorno. Amici gelidi, come l’Egitto. La Giordania, condomino ansioso. La Siria, sempre instabile e il piccolo Libano, dove c’è Hezbollah, arabo ma sciita, amico dell’Iran. Che per Bibi è l’arcinemico, ma non per i suoi militari. E i ricchi sodali, uniti nel nome di Abramo: Emirati, Bahrein più il Qatar, che con l’assenso di Israele foraggia Hamas. E dietro ci sono i sauditi. Affari colossali, armi, giochi enormi, a Bibi brillano gli occhi. A coprirlo ha sempre gli Usa, che parlano di diritti umani e poi li lasciano cadere, mentre l’Europa è imbelle, e ogni altro soggetto (Russia, Turchia) ha posizioni complesse. Una partita di cui nessuno tiene il filo, che si aggroviglia sempre più. (InPiù)

***

Una soluzione per Gaza si trova solo se si lascia il tifo da ultras

di Daniele Susini

L’errore più grande che si può compiere nel valutare il conflitto israelopalestinese è riflettere unicamente sull’ultimo episodio avvenuto, sull’ultima emergenza in corso, cercando di trovare in esso tutto il senso del problema. I politici, per lo meno quelli italiani, hanno ormai da anni abdicato alla loro funzione di essere avanguardie della società, producendo sul tema solo formule vuote senza nessuna forma d’analisi che possano portare a soluzioni o almeno a riflessioni costruttive. Di questo me ne rammarico, ed è il motivo per cui lascio la mia comfort zone di storico per dedicarmi a un tema assai spinoso e che è comunque tangente alla politica contemporanea, che invece non è il mio campo. Ma credo che gli storici servano anche in questi momenti, a ricordarci perché siamo arrivati fino a questo punto, ovvero come una questione riguardante una trentina d’appartamenti possa far scoppiare una guerra e coinvolgere il mondo intero.

Lo studioso delle religioni Martin Jaffee sostiene che Memoria e identità nazionale si incontrano – inchinandosi – sempre davanti a un tomba, elevando a religione il culto dei morti, spesso però dimenticandosi i vivi. Questa condizione è più mai vera per la situazione in oggetto.

Parto da questa valutazione, assai acuta, per riflettere sul nodo centrale su cui si è incancrenita la situazione in Palestina. Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Yishuv (il focolare ebraico) e poi il nascente stato d’Israele, portavano con sé più di una responsabilità nei confronti degli ebrei della diaspora che avevano subito la Shoah. I leader ebraici in Israele avevano attuato delle politiche per utilizzare a proprio favore quella tragedia: prima occultandola, poi sfruttandola. Inizialmente il sionismo non si poteva permettere di far rappresentare l’ebraismo con quell’immagine che si era prodotta dalla persecuzione nazista, ovvero un popolo di pecore portate al macello. Successivamente questa prospettiva si è invertita e oggi siamo ancora nella seconda fase, ideata, costruita e messa in pratica dal padre della patria Ben Gurion. Quest’anno abbiamo ricordato il sessantesimo anniversario del processo Eichmann, celebrandolo giustamente come il momento in cui è emersa la memoria dei sopravvissuti della Shoah, la versione degli ebrei del crimine. Ma come ci ricorda la storica Idith Zertal, Ben Gurion con quel processo, volle raggiungere anche altri risultati politici: trasformare la Shoah nell’atto fondativo di Israele per la realizzazione de “la città comune dei vivi e dei morti”, e quello di rappresentare il Gran Muftì di Gerusalemme Haj Amin al Husseini come uno dei grandi architetti della Shoah.

Due obiettivi

Il pragmatico leader ebraico ha voluto questo perché doveva raggiungere due obiettivi politici importanti; riuscire a far digerire al suo partito e all’opinione pubblica l’accettazione dei soldi delle riparazioni tedesche e fare pressione sugli Stati Uniti (e l’occidente) per ottenere la bomba atomica, considerato il deterrente definitivo contro i nemici arabi, dall’immediato dopoguerra elevati a nuova minaccia per Israele. Gli arabi, in particolare le loro élite, da Nasser ad al Asad, ebbero la responsabilità di alimentare questa convinzione con i loro attacchi sprezzanti, militari e propagandistici. Per Ben Gurion il sionismo era l’unica ragione di vita, fino alla fine dei suoi giorni di impegnò nell’ottenimento di questo risultato percorrendo ogni via possibile e sfruttabile.

Egli così facendo mise al centro della storia d’Israele la Shoah e parallelamente costruì l’immagine del mussulmano nazista, riducendo, per non dire azzerando, le possibilità di pace, perché ha reso il paese vittima di sé stesso, con il terrore che ogni attacco rappresenti un tentativo di genocidio. Questa formula si consolidò definitivamente nella Guerra dei sei giorni nel 1967, dove gli israeliani sentirono di rivivere la situazione prebellica della Seconda guerra mondiale, accerchiamento da parte dei nemici e isolamento da parte dei presunti alleati. La guerra andò diversamente, le truppe israeliane sbaragliarono i soldati nemici ottenendo l’importante successo d’entrare a Gerusalemme est, conquistando i luoghi santi delle tre religioni monoteiste e luogo dove si trova il quartiere di Sheikh Jarrah, dove sono scoppiate le attuali rivolte.

Un uso politico della storia

È invece necessario ricordare che Israele è nato, secondo la formula coniata dallo più grande storico vivente in Israele, Yehuda Bauer, nonostante la Shoah e non come sua riparazione. Lo stato d’Israele non era il benvenuto né dall’Inghilterra né dagli Stati Uniti, l’olocausto non ebbe nessun peso in questo tipo di decisione e sopratutto la Shoah aveva distrutto la riserva umana – gli ebrei ashkenaziti dell’Europa dell’est – che avrebbe dovuto popolare quella regione. Israele come prodotto della Shoah è un classico esempio di uso politico della storia. Il passaggio dalla storia totemica a quella critica è ancora in corso, vari studi hanno tracciato il solco, ma la strada per divenire pratica politica, come dimostra la stretta attualità, è ancora lontana.

Per trovare una via di pace Israele dovrebbe scrollarsi il peso di questa scomoda eredità di Ben Gurion: ovvero la permanenza di un odio atavico contro gli ebrei anche dopo la nascita dello stato ebraico e la paura di essere perennemente sotto un attacco di tipo nazista, il che determina parallelamente la necessità di affermarsi muscolarmente. Oggi purtroppo siamo lontani da questa presa di coscienza, sepolta accanto ai sei milioni di morti sterminati durante la Shoah che oggi costituiscono il perno centrale dell’identità israeliana.

Questo ci porta verso un’altra costatazione, meno storica e più politica, che la formula due popoli, due stati è ormai obsoleta da vari anni, diventato un mantra distorto e privo di significato. Condivido invece proposta di Abraham Yehoshua, sul modello svizzero, uno stato federale binazionale: due popoli, un parlamento e una capitale, il che obbligherebbe i due contendenti ad andare d’accordo e trovare soluzioni comuni. Un’ultima considerazione di tipo civico: è più che mai necessario togliere questa materia dalle mani degli ultras di ambo le parte, in primis quelli che si trovano al di fuori delle frontiere d’Israele, questo tifo contrapposto che non comprende che esistono ragioni e responsabilità da ambo le parti, non solo non permette di trovare soluzioni, ma peggiora ed esaspera la situazione. Non mi riferisco solo a Trump con la sua scellerata e illogica scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, ma anche dei tanti che affollano internet e le piazze che si lavano la coscienza con sterili proteste, mentre le persone, spesso civili, da ambo le parti continuano a morire.

Fonte: Domani

Tag

Scrivi un commento