Intervista a Napoleone: “Strategia vincente non si cambia”

di Gianni Perrelli - Allora, com’era andata a Waterloo? “Avevo sbagliato formazione…” "Io un tiranno? Ma se la democrazia è nata con me". "Il capitalismo? L’avevo fiutato in anticipo. Garibaldi? L’uomo ideale alla guida di un mio reggimento. Con il Covid, solo l’Isola d’Elba si ricorda di me".

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di Gianni Perrelli

(WSC) ROMA – Imperatore, che sensazione le fa questa Parigi così spenta e deserta? Fino a quindici mesi fa, all’Hotel des Invalides c’erano le file per vedere la sua tomba. Oggi al massimo riceve la visita del guardiano. 

Mi sembra di essere tornato in esilio. Non all’Elba dove c’era sempre folla intorno a me. Ma a S. Elena dove mi era rassegnato a parlare con i sassi. Mi dicono che è tutta colpa di questo virus. Ma che paura hanno a venirmi a trovare? La mia tomba è un luogo sicuro. Io non posso contagiare più nessuno. E se mi contagiano non mi fanno nessun danno. Sono vaccinato per l’eternità.

Cominciamo dalla fine. Lei, insieme ad Alessandro Magno, è considerato il più grande stratega militare della storia. Che è successo il 18 giugno 1815 a Waterloo? Si era distratto? Non aveva dormito bene la notte prima?

Mettiamola che ho sbagliato formazione. Ho scelto male gli esecutori. E ho sottovalutato la consistenza degli avversari. Si è messo insieme mezzo mondo per farmi fuori. Succede sempre che le forze della conservazione si coalizzino quando cercano di ostacolare il progresso. Ma è dimostrato che riescono solo a ritardare il cammino della civiltà. Io rimango un gigante della storia, la maggior parte dei generali che mi hanno sconfitto sono ricordati al massimo nei sussidiari con una nota a piè di pagina.

Le brucia ancora tanto, a distanza di oltre due secoli?

Cosa vuole, errori ne fanno anche i geni. Sarà successo pure ad Alessandro Magno a cui è però assurdo paragonarmi. Ai suoi tempi si guerreggiava con le lance e le frecce. Ci accomuna solo la ricerca di modernità. Fu lui a inventare la propaganda. Portava al seguito cronisti e storici che diffusero le idee dell’ellenismo. Come ho fatto io con l’illuminismo.

Non è che a Waterloo gli avversari conoscevano ormai bene le sue strategie e le astuzie non più imprevedibili della “posizione centrale”? Non era il caso di cambiare schema?

Strategia vincente non si cambia. In 20 anni di campagne avevo inferto al nemico una gran quantità di legnate. Sì, c’era stata pure qualche sconfitta. Ma non c’è neanche gusto a vincere sempre nella vita. Si finisce per non apprezzare più i trionfi.

Ripartiamo dall’inizio. Lei è nato nel 1869, un anno dopo il Trattato di Versailles con cui la Repubblica di Genova concedeva alla Francia mano libera sulla Corsica. Suo padre era un nobile di estrazione toscana e si era laureato a Pisa. Durante la sua “napoleonica” ascesa nei primi anni dell’Ottocento, dopo la prima campagna d’Italia, lei è stato presidente della Repubblica Italiana e perfino re. Se si fosse messo all’esclusivo servizio della sua terra di origine pensa che sarebbe riuscito perfino nel prodigio di trasformare l’Italia in una grande potenza?

Come può dubitarne? Certo, neanche per me sarebbe stata una passeggiata. Gli italiani sono più restii alla disciplina dei francesi. Che però hanno naturalmente i loro limiti. Secondo una divertente battuta sono degli italiani di cattivo carattere

È vero che da ragazzo la prendevano in giro giudicandola un fanfarone?

Al collegio militare in Francia i compagni di classe mi sfottevano perché ero straniero. Per loro la Corsica era Africa. Io li compativo. Come personalità ero già di una spanna superiore a loro. Sennò già a 16 anni non sarei diventato luogotenente di un reggimento.

All’epoca però la schivavano anche le ragazze. Risulta che fu respinto da due donzelle che la intrigavano.

Erano due squinzie. Ignare di cosa si stavano perdendo. Mi rifeci con una prostituta navigata. A quei tempi nelle schermaglie di letto ero un po’ imbranato. È stata l’unica volta che io ho ubbidito agli ordini di un comandante più esperto. Alla distanza mi sono abbondantemente rifatto. Anche fra le coltri ho cercato di tenere sempre in pugno lo scettro.

Dopo lo scoppio della rivoluzione come è riuscito a salvarsi dal terrore e perfino a far carriera?

Le teste rotolavano sotto la lama della ghigliottina per eccesso di fanatismo. Conservando la lucidità per fiutare il vento non mi è stato difficile tenere la mia sempre piantata sul collo. Diciamo che ho avuto l’accortezza di svolgere alla perfezione il mio lavoro di militare senza infilarmi nelle faide di potere. Tanto sapevo che prima o poi sarebbe caduto ai miei piedi.

Lei era molto stimato fra le sue truppe ma a volte pure i soldati la sfottevano apostrofandola “il pelato”. Non le dava fastidio, con il carattere spigoloso che si ritrovava, essere preso in giro dai subalterni?

Per niente. A me interessava solo che eseguissero al meglio i miei ordini. In libera uscita era giusto che si sfogassero. Sfottere il capo allena a tenere alto lo spirito bellico. E poi ero un genio, mica un dio. Non c’era niente di blasfemo.

Dopo la prima campagna d’Italia la sua fama era già alle stelle. Beethoven le aveva dedicato la terza sinfonia, l’Eroica. Ma avrebbe ritirato la dedica quando lei si era autoproclamato imperatore.

Eroe lo ero già per tutti. Non c’era bisogno del timbro della terza sinfonia. E, in seguito, chi più di me avrebbe meritato il titolo di imperatore? In campo musicale, poi, anche Beethoven era considerato una sorta di imperatore. Chi avrebbe osato mai mettere in discussione il suo immenso talento?

A un certo punto arrivano però anche le prime sconfitte. La campagna d’Egitto si conclude con un mezzo flop. Con la sua missione rilancia l’egittologia e fa scoprire la stele di Rosetta. Ma intanto Horatio Nelson ad Abukir le distrugge la flotta.

Prima l’isola d’Elba, poi quella di Sant’Elena. Castigato da una potenza ostile sorta pure su un’isola oltre il canale della Manica. Nascita a parte – quanto ho amato la mia Corsica – il mare mi ha sempre portato sfiga.

Nulla però la ferma. Schivando complotti e anche attentati a 30 anni assume il potere come primo console e a 35 diventa imperatore restaurando la monarchia ghigliottinata dalla rivoluzione.

Io ho portato semplicemente sul trono gli ideali della rivoluzione. Non ero imperatore per grazia di Dio ma per volere del popolo. Lo dimostra il codice napoleonico che cancella tutti i privilegi dell’ancien regime e valorizza i principi di libertà e di uguaglianza. Mi dovreste gratitudine anche voi. Il codice civile italiano è figlio della mia riforma.

Di vittoria in vittoria lei ridisegna l’Europa. Che controlla in parte direttamente e in parte con i suoi fidi. Una sorta di Unione europea ante litteram che non riusciva a inglobare neanche a quei tempi la Gran Bretagna dove sotto traccia forse già incubava il virus della Brexit.

La mia Europa era un faro per il mondo. Questa di adesso riesce solo a balbettare e a dilaniarsi. In quanto alla Gran Bretagna riconosco il suo spirito guerriero. Ma gli stessi Nelson o Wellington, i più famosi fra i loro condottieri, possono solo lustrarmi le scarpe. Per battermi hanno dovuto allearsi con altri tre o quattro eserciti.

Allo scopo di ammansire l’Austria lei si mette d’accordo con Metternich per combinare un matrimonio di Stato. Divorzia dall’amata Giuseppina e sposa Maria Luisa d’Asburgo, nipote di Maria Antonietta decapitata durante la rivoluzione. Fu solo una necessità dettata dalla realpolitik o anche una vendetta verso Giuseppina che pareva la tradisse?

Se è per questo, come sanno bene gli storici, la tradivo di più io. Non fu una decisione facile perché Giuseppina è stata l’unica vera donna della mia vita, ma dovevo prenderla per il bene della Francia.

Negli anni giovanili lei aveva maturato tendenze ateiste. Ma non fu eccessivo imprigionare e deportare addirittura Papa Pio VII perché non voleva aderire all’embargo contro la Gran Bretagna?

Quel prete era un testone. Dopo quasi due millenni di incontrastato potere per il Vaticano era incrollabile il dogma dell’infallibilità papale. Ma i tempi stavano cambiando. Se ne rese conto lo stesso Pio VII che quattro anni dopo firmò un nuovo concordato.

E arriviamo alla campagna di Russia. Cosa le è saltato in mente? Con tutta la sua astuzia non ha fiutato che si stava cacciando in una trappola?

È stata un’avanzata senza ostacoli. Non ho perso alcuna battaglia. Come potevo prevedere che Alessandro I avrebbe dato ordine di bruciare Mosca per costringermi alla ritirata? Sono stato battuto da un novello Nerone e non sul campo di battaglia.

È l’inizio della sua decadenza. La sesta coalizione la sconfigge a Lipsia ed espugna Parigi. Lei si ritira con le sue truppe più fedeli a Fontainebleau. Viene accusato di tirannia e pensa addirittura al suicidio. Alla fine accetta l’esilio nell’isola d’Elba impostole dagli inglesi.

Decadenza? Ma se oggi son ancora considerato un gigante dell’umanità e i nomi di chi mi ha sconfitto se li ricordano sì e no i parenti e gli studiosi delle guerre… Tirannia? Ma se la democrazia nasce con me e con me si forma anche la borghesia che diventerà la classe sociale dominante nei secoli successivi… Suicidio? Quella sera a cena avrò bevuto un bicchiere in più. Ma lei mi ci vede a togliermi la vita?

All’Elba si dà molto da fare. È un vulcano di iniziative, imprenditoriali ma anche culturali, che trasformano il volto dell’isola, La piccola Portoferraio diventa una capitale europea.

Avevo fiutato come al solito in largo anticipo l’avvento del capitalismo e della mediaticità.

Ritrova anche un nuovo equilibrio sentimentale. Sua moglie Maria Luisa e Francesco, il suo unico figlio legittimo insignito già dalle fasce del titolo di re d’Italia, la trascurano. Non vengono mai a trovarla. La raggiungono in compenso sua madre e Maria Walewska, l’amante polacca, con vostro figlio Alexandre.

Mi pesava già l’esilio. Mica potevo aggiungerci la solitudine. Mi hanno spesso dipinto come un essere geniale, ma arido. Tutto votato al culto del potere. Invece sono stato un uomo pieno di passioni, fortemente attratto dalla calamita dei sentimenti e, perché no, anche del sesso. Come padre riconosco invece di essere stato piuttosto assente. Avevo troppe cose per la testa.

Dopo dieci mesi si annoia pure dell’Elba. Approfittando di un viaggio a Livorno del commissario inglese che avrebbe dovuto marcarla salpa per Cannes con sette bastimenti e mille uomini come Garibaldi.

Mi era giunta voce che i francesi erano stufi di Luigi XVIII. Aspettavano il mio ritorno. Infatti i soldati che il re mandò ad arrestarmi passarono subito dalla mia parte. Tornai a Parigi e mi ripresi per cento giorni la corona di imperatore. Garibaldi, dice. Un grande condottiero, forse un po’ troppo impulsivo. Ma l’avrei sicuramente messo a capo di un mio reggimento.

E siamo a Waterloo.

Ne abbiamo già discusso. E non è un argomento che mi appassiona. Prossima domanda, prego.

E siamo a Sant’Elena.

Io avrei voluto emigrare in America. E dedicarmi alla scienza perché da ragazzo ero molto bravo in matematica. Ma gli inglesi non si fidarono. Capirono che potevano liberarsi definitivamente di me solo relegandomi nella più remota delle isole.

Sente di aver avuto un erede in Francia?

Sì, in parte il generale De Gaulle. Ma era un po’ troppo conservatore per i miei gusti.

Che farebbe nel mondo d’oggi?

Innanzitutto, a differenza dei vostri generali, con una campagna napoleonica avrei già schiacciato il Covid. E poi, applicando il mio genio all’amata scienza, guiderei una missione alla conquista di Marte. Dicono che il viaggio richiederà almeno sei mesi. A me basterebbero cento giorni. Stavolta, ne sia certo, non sbaglierei formazione.

Questa intervista è stata originariamente pubblica dal sito Economia Italiana, che ringraziamo 

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