Geraci, rapporti con la Cina: ‘UE non ha potere. Spero in Draghi’

L'Unione Europea, e la stessa presidente della Commissione Ursula von der Leyen, non hanno competenza sulle politiche di investimenti ma solo su quelle commerciali. Spetta agli Stati membri decidere. Anche sulla Nuova Via della Seta.

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di Francesco Puppato

(WSC) ROMA – Abbiamo intervistato Michele Geraci, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico nel Governo Conte I, esperto di Cina, dove ha vissuto a lungo e dove è professore universitario nella provincia dello Zhejiang, alla University of Nottingham Ningbo China (UNNC). In questi giorni sarà in visita nello Xinjiang allo scopo di analizzare la situazione economica e sociale della regione, le condizioni dei lavoratori, con un focus sull’industria manifatturiera ed agricola e incontri con funzionari governativi, think tank, società.

L’Unione Europea, tramite le parole di Ursula von der Leyen e Josep Borrell, nel frattempo non ha lasciato spazio a fraintendimenti, prendendo le distanze dalla Cina e schierandosi, contemporaneamente, dalla parte degli Stati Uniti.

Alla base ci sarebbero motivi economici, ma anche culturali e relazionali: la Cina ha ridotto lo spazio politico interno, ha aumentato la repressione sociali (Xinjian, Tibet, Honk Kong e lo stretto di Taiwan nello specifico). Inoltre, osservano sempre Ursula von der Leyen e Josep Borrell, “La realtà è che l’Unione Europea e la Cina hanno divergenze fondamentali, riguardo i loro sistemi economici e di gestione della globalizzazione, della democrazia e dei diritti umani, e su come rapportarsi con altri Paesi”.

DOMANDA – Conoscendo bene e molto da vicino le due realtà, che riscontri crede possa avere questa presa di posizione della UE nei rapporti politici ed economici con la Cina?

GERACI – “L’Unione Europea ha grossissime difficoltà. Oggi, cerca di trovare degli spazi all’interno di un sistema dei 27 paesi spesso prevaricando quello che sono gli accordi del trattato di Lisbona che, in ultima analisi, è il trattato che regola sia il funzionamento dell’Unione sia le competenze tra l’Unione e gli Stati membri. L’UE non ha competenza di fare politica estera quindi tutte le dichiarazioni della Presidente della Commissione sui rapporti tra Unione Europea, Cina e Stati Uniti sono puramente esercizi teorici e filosofici volti più a mettere pressione sugli Stati membri o a indicare loro la via, che poi essi e solo essi, i paesi sovrani, dovranno scegliere se seguire o meno; ma non ha nessun valore legale e ciò vale anche per l’accordo sugli investimenti”.

Questa posizione viene assunta a pochi mesi di distanza dall’accordo commerciale siglato tra UE e Cina. Quali impatti ci saranno dal punto di vista economico-commerciale?

“Anche qui, l’Unione Europea non ha competenza sulle politiche di investimenti ma solo quelle commerciali. Ogni paese decide chi far investire sul proprio territorio, come esercitare il controllo sui suoi asset strategici, sulle industrie strategiche, sulla sicurezza nazionale, ed è per questo che l’Italia, avendo un forte Golden Power che risiede nelle mani del competente presidente del consiglio Draghi, è quasi indifferente a questi accordi sugli investimenti che, anche in questo caso, sono solo un invito agli Stati membri di adeguarsi ma nulla di più, nessun valore; solo un invito che infatti alcuni Paesi ignorano.

Le differenze di sistema politico, economico e sociale tra occidente e Cina resteranno per sempre, perché la Cina non cambierà mai il proprio sistema visto che per loro funziona. Noi non vogliamo cambiare il nostro, anche se non funziona, quindi ognuno fa a casa propria quello che ritiene opportuno. L’unica cosa che è utile ricordare è quando un tipo di sistema ha un impatto su l’arena internazionale e crea difficoltà nella concorrenza internazionale, qui entriamo nel tema dei sussidi, del dumping e di tante altre problematiche che non sono quindi più problematiche domestiche di cui non dobbiamo occuparci ma hanno un’ influenza internazionale per cui è giusto che se ne discuta”.

L’Italia è stata la prima nazione ad intraprendere accordi economici con la Cina (“La nuova via della seta”) ma ora i Paesi dell’Unione Europea sembrano schierati in blocco, tutti unanimi nel prendere le distanze dalla Cina. Che consiglio darebbe a Draghi in una situazione così scomoda e difficile? Dal suo punto di vista, come sarebbe meglio comportarsi?

“Draghi si trova in una posizione difficile: da un lato deve guidare il Paese in questo difficile momento di crisi e, dall’altro, deve preoccuparsi delle forze politiche che compongono il parlamento italiano che, essendo orami credo 10 partiti, hanno interessi e visioni diverse. In questo contesto, la Nuova Via della Seta viene per un attimo messa in secondo piano, dal momento che la priorità sono le persone che muoiono ogni giorno, le aziende che falliscono e i lavoratori che perdono il lavoro. Ma si potrebbe in realtà comunque continuare a spingere su possibili progetti lungo la Nuova Via della Seta che anzi darebbero agli italiani e alle nostre aziende quello sbocco che non potranno trovare nella domanda interna. Se fossi io al governo, rinvigorirei proprio adesso la la Nuova Via della Seta, in parallelo con le altre iniziative urgenti. Perché la Nuova Via della Seta non significa solo Cina, anzi. Significa tutta l’Asia e tutta l’Africa. Non capisco proprio chi possa ancora sostenere che è un progetto da non perseguire con grande interesse valutando, come normale, rischi ed opportunità. Ma da noi, temo, l’interesse del Paese viene dopo gli interessi dei partiti, purtroppo. Ma spero nel PdC Draghi”.

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