Cina punta sulle rinnovabili, ma dubbi su una svolta green

Opinione di Martina Gargano. Le banche cinesi e i fondi azionari dovranno lavorare molto più sodo per quanto riguarda gli investimenti esteri in soluzioni a basse emissioni di carbonio se intendono contribuire ad una Belt and Road verde.

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di Martina Gargano

(WSC) MILANO – Nel 2020, per la prima volta dall’inaugurazione della Belt and Road Initiative (BRI), si è assistito ad un forte incremento percentuale degli investimenti esteri cinesi in energie sostenibili. Secondo quanto riportato dal Green Belt and Road Initiative Center, infatti, la maggior parte degli investimenti energetici legati alla BRI è stato dedicato alle fonti rinnovabili. Che la Cina stia finalmente abbracciando una svolta ambientalista?

I numeri della “svolta” green

Lo scorso anno gli investimenti nelle fonti rinnovabili hanno costituito il 57% degli investimenti energetici cinesi all’estero – mentre nel 2019 ammontavano solo al 38%. La sezione dedicata alle fonti energetiche è, in effetti, quella più corposa del piano di investimenti, che stabilisce lo stanziamento di circa 20 miliardi dollari nel settore. Di questi, il 35% è stato dedicato all’energia idroelettrica e il 23% a quella solare.

Di per sé, sembrerebbe un aumento incoraggiante. Quella che le percentuali sembrano delineare come una “svolta” green va però nettamente ridimensionata alla luce di una consistente riduzione dei fondi stanziati. Bisogna notare, infatti, che nel 2020 la Cina ha investito complessivamente meno all’estero. Nei paesi aderenti alla BRI, ad esempio, gli investimenti effettuati equivalgono a circa 47 miliardi di dollari, il 54% in meno rispetto al 2019. Risulta quindi evidente che quella delineata dagli investimenti dell’ultimo anno non è certo una svolta ambientalista.

Più carbone che energia solare

Un altro dei maggiori limiti di questo piano di investimenti è il massiccio affidamento che continua a fare sul carbone: la Cina ha infatti investito il 27% dei fondi dedicati alle fonti energetiche nel coal. Sostanzialmente, quindi, la potenza asiatica lo scorso anno ha investito più nel carbone che nell’energia solare, interrompendo un trend che si era attestato a partire dal 2016. Dopo il picco di investimenti nel carbone avvenuto nel 2015, infatti, la Cina aveva gradualmente ridotto le proprie capitalizzazioni sul combustibile fossile. Nel 2018, ad esempio, era arrivata ad investire “solo” il 15% dei fondi dedicati alle fonti energetiche in carbone.

Perché la Cina continua ad investire nel carbone? Un fattore innegabile è che il carbone rappresenta ancora una fonte energetica a basso costo, quindi altamente appetibile per molti degli stati che hanno aderito alla BRI, in fase di forte sviluppo e quindi bisognosi di ingenti quantità di risorse energetiche a buon mercato. A questo si aggiunge una certa disponibilità di risorse locali in alcuni paesi aderenti, che spinge quindi le autorità statali a richiedere alla Cina più finanziamenti nelle infrastrutture legate ai combustibili fossili. 

Prospettive future

Nonostante gli evidenti limiti di questo piano di investimenti, c’è un fattore che rimane sicuramente degno di nota, ed è dato non tanto dai fondi effettivamente stanziati per le fonti energetiche, quanto dall’intenzione che si cela dietro tali investimenti. Pur all’interno di una sensibile diminuzione degli investimenti complessivi, infatti, rimane sicuramente rilevante la scelta di dare precedenza agli investimenti nel settore “green”, in linea con la prospettiva del Ministero dell’Ambiente cinese di “rendere più verde” la BRI. Che questo sia sufficiente per rispettare il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2060, secondo gli obiettivi prefissati per la Cina nell’accordo di Parigi, rimane però tutto da vedere.

Uno dei fattori che hanno spinto la Cina a muovere i suoi primi passi verso un piano di investimenti più sostenibile sembrerebbe essere la pandemia di Covid-19, che secondo quanto riportato dal Financial Times avrebbe accelerato l’abbandono dei combustibili fossili e la scelta di una “green recovery” da parte di molti paesi aderenti alla BRI. Tra loro, ad esempio, Egitto, Pakistan, Bangladesh e Vietnam, che stanno lavorando a dei piani di ripresa sostenibile nel periodo post-Covid. Secondo il direttore del Green Belt and Road Initiative Center Christoph Nedopil Wang, infatti, questa inversione di rotta deriverebbe anche dalla maturata consapevolezza tra gli investitori cinesi e i paesi beneficiari che “la produzione di energia ad alta intensità di carbonio comporta rischi sia finanziari che ambientali”. 

La richiesta di carbone e suoi affini da parte dei paesi BRI sta quindi già attraversando un calo graduale, ed è molto probabile che negli anni a venire questa tendenza si amplificherà ulteriormente, con una richiesta sempre maggiore di investimenti in fonti energetiche rinnovabili. La finanza cinese potrebbe svolgere un ruolo chiave nel colmare questa lacuna. In effetti, il governo cinese ha chiarito attraverso diversi documenti e dichiarazioni politiche che desidera che gli investimenti BRI siano sostenibili dal punto di vista ambientale.

Tuttavia, il flusso effettivo di investimenti cinesi fino ad ora non ha sempre corrisposto a questo ideale. Le banche cinesi e i fondi azionari dovranno lavorare molto più sodo per quanto riguarda gli investimenti esteri in soluzioni a basse emissioni di carbonio se intendono contribuire ad una “green” BRI. 

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