Cina, la ripresa c’è ma Xi deve rinviare il brindisi

Analisi di Romeo Orlandi - Il sistema economico ha ripreso a funzionare, arrancano i paesi ostili, non si segnalano rivolte per la pandemia. Ma può la orgogliosa Cina essere così dipendente dal ciclo dei paesi industrializzati, gli Usa in testa?

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di Romeo Orlandi

(WSC) ROMA – In Cina, se l’avanzata del Pil è la misura del successo, la stabilità ne rappresenta il pilastro indispensabile. La loro unione, che tanta ammirazione ha suscitato per 40 anni, sembra solida e rinnovata. Lo confermano i dati: la pandemia è sotto controllo, l’attività economica riprende, non ci sono sommosse, i numeri sembrano tornare a sorridere. Dopo una tragica diminuzione del 6,8% nel primo trimestre, il Pil è cresciuto del 3,2% nel secondo, sempre in relazione allo stesso periodo dell’anno precedente. Alla fine dell’anno la variazione della ricchezza sarà preceduta dal segno positivo (1% in previsione), anche se sono ovviamente lontani gli aumenti a 2 cifre (talvolta a 2 decine) e più recenti, fïssati almeno al 16%.

La Cina sarà dunque una delle rare economie al mondo che registrerà una crescita. Probabilmente Pechino non poteva aspettarsi di più, data la recessione globale. Inoltre, gli auspici di Xi Jinping erano chiari dopo la sua nomina del 2012: il paese deve uscire dall’ossessione della crescita. Non ha più senso infrangere record nell’offerta di vetro, cemento, asfalto. È sempre più difficile creare valore con i beni di consumo. Quante magliette, calzature, pelletteria deve produrre il Dragone? Meglio delocalizzare inVietnam.

Gli obiettivi sono ora il 5G, l’AI, il Big Data, tutti settori a redditività differita. Il sistema ha ripreso a funzionare, arrancano i paesi ostili, non si segnalano rivolte per la pandemia. Pechino può dunque brindare?

Un esame più analitico suggerisce di riporre lo champagne in frigo. La Cina sta uscendo dalla crisi in maniera analoga a quanto fatto nel 2009. Cambiano gli importi, le cifre sono ridotte, ma la tipologia di intervento sembra simile. Lo stato ha immesso denaro liquido nell’economia in una manovra keynesiana di sostegno alla domanda globale. Gli importi sono minori ma comunque consistenti e difficilmente quantificabili. Dipendono dalla quantità obbligatoria delle riserve delle banche (che è stata ridotta), dalla disponibilità di denaro nei canali paralleli dello shadow banking, dall’opacità delle transazioni oltre ovviamente all’intervento monetario diretto.

I rivoli di questi soldi hanno raggiunto i destinatari sbagliati, gli investitori e non i consumatori. La ripresa della Cina è per ora trainata, come sempre, da nuovi impianti produttivi e soprattutto dalla costruzione di infrastrutture. Ne hanno tratto vantaggio le aziende di quei settori, incluse le 130.000 aziende di stato che detengono un peso ancora essenziale nel paese. In cambio di occupazione (e dunque di stabilità) richiedono attenzione e coinvolgimento. Sono vecchi centri di potere difficili da smantellare, con i quali sembra più saggio negoziare una ripartizione di compiti e di risorse.

Al momento flettono le altre due componenti della domanda. I consumi sono diminuiti dell’11,4% nel primo semestre, mentre le esportazioni segnalano una modestissima ripresa, ovviamente lontana dai record della fabbrica del mondo.

Evidentemente, la crisi di altri paesi – gli acquirenti del Made in China – non rappresenta una buona notizia per Pechino. Siamo dunque in presenza dello stesso interrogativo: può la Cina essere così dipendente dal ciclo dei paesi industrializzati, in primis gli Usa? È ragionevole supporre che il destino di un paese intriso di storia e di orgoglio sia deciso altrove?

La risposta è certamente negativa, ma per sostanziarsi ha bisogno di alcuni passaggi.

Economicamente, la sua struttura deve migliorare il proprio assetto, specializzandosi nelle produzioni capital intensive e science based. E’ chiamata cioè a rinnegare un passato che aveva assicurato crescita, potenza, prosperità. Ora quel ciclo è finito, ma i suoi attori non si rassegnano a cedere il posto a nuovi soggetti.

In termini macroeconomici, sarebbe appropriato ridurre il modello investment-led growth (e la sua propaggine esportativa) e affiancargli una domestic-led growth, dove i consumi crescano coerentemente con quelli di tutti i paesi. Invece la Cina consuma poco, meno del 40% del suo Pil, rispetto a valori molto più alti in Europa e a quasi il doppio negli Stati Uniti. Il fenomeno è singolare, motivato dalla scarsità del sostegno e da aspetti sociali: l’incertezza del futuro, le virtù connesse al risparmio, l’atavica parsimonia contadina.

La novità, forse la più preoccupante, risiede nella difficoltà della trasformazione. Neanche a Xi, nonostante l’accentramento di potere e le sue indubbie qualità, riesce compiutamente questa operazione. Sa che lo scorrere del tempo non gli sarebbe venuto in soccorso. Per questo ha prolungato i suoi mandati, consapevole che la partita delle riforme economiche deve per forza sconfinare negli ambiti politici.

*Sinologo, economista, Presidente di Osservatorio Asia, membro dell’Advisory Board di Wall Street Cina

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Il Manifesto, che ringraziamo

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