“Renzi come Underwood in House of Cards”, accusa l’ex premier Letta

Se Matteo è Kevin Spacey,  Claire (Robin Wright) è Maria Elena Boschi e «Doug» Stamper è Luca Lotti (solo che nella fiction TV ci sono vari assassini). Come …

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Se Matteo è Kevin Spacey,  Claire (Robin Wright) è Maria Elena Boschi e «Doug» Stamper è Luca Lotti (solo che nella fiction TV ci sono vari assassini). Come dice Michel Dobbs, autore della trilogia che ispira House of Cards: “Quando ho saputo che Renzi aveva comprato una copia del mio romanzo gli ho inviato una nota: questo libro non è un manuale di istruzioni”.

Chi ha paura di Frank Underwood? Tutti quelli a cui qualcuno ha detto «stai sereno». E soprattutto Enrico Letta. Solo che il protagonista di House of Cards non ha il volto di Kevin Spacey, ma quella di Renzi. Matteo, per fortuna, è solo la cover di un personaggio immaginario, un po’ come Pregherò sta a Stand By Me. Solo che Enrico ormai ha intrapreso una campagna culturale contro il cinismo della politica. È un’ossessione. Radicale. Battente. Ripetitiva. È una fissa. È una sindrome da serie tv troppo realistica. Renzi è ovunque e gioca alla playstation come Underwood. È il sottobosco della politica che si afferma come novello principe. È Machiavelli al tempo dei twitter.

Questo pensa Letta e lo ripete urbi et orbi. L’ultima occasione è un suo articolo su Il Fatto Quotidiano (vedi a fondo pagina). Ieri: «Meritiamo di più di House of Cards». Cinque giorni fa: «Insegnerò l’antitodo a House of Cards». Undici luglio: «Che squallore pensa di essere in House of Cards». Venti aprile in Parlamento: «Io odio House of Cards». Diciannove aprile da Fabio Fazio: «Io detesto House of Cards, la politica fatta di intrighi non mi appartiene». Tutto questo era già nel libro di Letta Andare insieme, andare lontano: «La mia idea di politica è molto diversa da quella di House of Cards, fatta di intrighi e spregio della parola». Ci sono ferite che si rimarginano a fatica. Qualche volta la mente ricorre a una sorta di transfert per sopravvivere al colpo. Il giorno di San Valentino del 2014 Enrico Letta si è arreso. È caduto. Quella stesso 14 febbraio 2014 va in onda per la prima volta il trailer della seconda stagione di House of Cards. Frank Underwood sogghigna: «La macelleria ha inizio». Eccolo è lui. Ecco chi è Matteo Renzi.

Sostiene Underwood: «I congressi di partito sono così divertenti. Somigliano a un nido di cuculi. Sedetevi in fondo e godetevi la scena, mentre tutti cercano di farsi fuori gli uni con gli altri». Ora è chiaro che Renzi non tocca i picchi di cattiveria di Frank. È vero però che tutti e due non occupavano la prima fila. Ci sono arrivati in fretta, ma senza correre, scansando semplicemente gli altri. «Il potere è come il mercato immobiliare, quello che conta è la posizione». Erano chiaramente pericolosi, ma abbastanza sorridenti da sembrare mediocri. Altro particolare. Frank come Matteo non è passato dal voto e sta lì grazie alle dimissioni del predecessore. Underwood per tutto il tempo rassicura il presidente Walker: stai sereno Garrett. Chissà, invece, come Letta vede gli altri personaggi della serie tv. In questo gioco di carte chi è Claire? Non è Agnese, la moglie di Matteo. Non fa politica.

Qui il parallelo cade e l’unica che può reggere la parte è Maria Elena Boschi. Bisogna ammetterlo, qualcosa di Claire nella sua arte politica c’è. Come Claire è destinata da sempre a ruoli di potere. Era già ministro ai tempi dell’università. Dialogo tra Claire e Frank. «Si fanno abbindolare proprio tutti». «Da cosa?». «Dal reggiseno push up». Alle spalle di un leader c’è sempre un mediano che lavora per lui, uno di cui ci si può fidare, che recupera i palloni, fa il lavoro sporco, risolve problemi, anni di fatica e botte e vinci casomai i mondiali. Il mediano di Frank è Douglas «Doug» Stamper, quello di Matteo a questo punto non può che essere Luca Lotti, in arte «Lampadina». Dicono sia stato lui a decretare il declassamento di Delrio. Tipico di Doug. Tutti quelli che Renzi ha usato e fatto fuori (politicamente) sono come il povero Peter Russo (che perde tutto, anche la vita).

Remi Danton, inappagato lobbista, sembra uno da patto del Nazareno. Zoe Barnes, la giornalista che Frank usa per far passare le sue veline, è troppo giovane per fare in Italia la notista politica. E comunque non c’è più. Nella Washington di House of Cards i repubblicani sono poco più che ombre. Si sa che esistono, ma si vedono poco. Magari ha ragione Enrico Letta, ma questo è solo un gioco. Come dice Michel Dobbs, autore della trilogia che ispira House of Cards: «Quando ho saputo che Renzi aveva comprato una copia del mio romanzo ho ritenuto prudente inviargli una nota: questo libro non è un manuale di istruzioni».

di Vittorio Macioce

Questo articolo e’ stato originariamente pubblicato da Il Giornale

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Enrico Letta, lettera al Fatto: “Meritiamo di più della politica alla House Of Cards”

Enrico Letta, lettera al Fatto: “Meritiamo di più della politica alla House Of Cards”

Insegnare la politica significa, anche, insegnare a vivere. A vivere con la schiena dritta, direi. È l’impegnativa conclusione cui approda la bellissima analisi di Maurizio Viroli pubblicata sul Fatto qualche giorno fa. L’articolo trae spunto dalla mia Scuola di Politiche e poi si sofferma sul senso di una simile idea.

Prima di tutto, le motivazioni: è indispensabile – dice Viroli – trovare una sintesi virtuosa tra un altruismo sganciato dalle aspirazioni personali e un egoismo schiacciato sul tornaconto individuale. Poi il “cosa” insegnare: con la comprensione dei tempi della tattica e della strategia e quella, altrettanto cruciale, dell’animo umano.

Mi piacerebbe che su questioni del genere ci si confrontasse di più. In discussione c’è non solo un giudizio etico su quanto avviene in Italia, ma la qualità stessa della nostra democrazia. C’è una rappresentanza figlia delle liste bloccate, per le quali pesano più le logiche di fedeltà al capo che la competenza o la competizione tra proposte. C’è una classe politica sovente morbida rispetto a un modello alla House of Cards, fatto di intrighi e macchinazioni, disprezzo della parola e scarsa trasparenza. C’è una mutazione genetica del sistema dei partiti, che in Italia, anche nel campo del centrosinistra, si sovrappone all’eredità tossica del ventennio berlusconiano e si traduce nella personalizzazione esasperata delle leadership, nell’egotismo, nell’ossessione per il consenso immediato, nell’umiliazione dei corpi intermedi ridotti a ruoli al massimo ancillari.

Mi capita di discuterne spesso negli ultimi tempi. E ogni volta il retropensiero corre alla vicenda di cui sono stato protagonista. Legittimo, ma riduttivo. Perché, al di là delle implicazioni personali, ciò che a me sembra sfuggire al dibattito è la non convenienza di questo modello per la collettività. Ci si rifugia dietro una malintesa e relativista realpolitik, quasi fosse una condanna. Si omette, però, di dire che assai di rado l’Italia ha dimostrato al mondo di essere nazione e comunità. Il nostro senso dell’interesse nazionale è opzionale, sbiadito. In più, assistiamo a una rincorsa all’approssimazione e alla mancanza di rispetto reciproco che rischia di travolgere tutti, anche gli alfieri di questo stesso modello, perché, se i freni saltano, ci sarà sempre qualcuno di più furbo, di più spregiudicato, di più incline alla demagogia a guadagnare la testa della corsa.

In queste ore Emma Bonino e Pascal Lamy stanno vagliando le centinaia di video e candidature alla Scuola. Di interesse generale e competenze i ragazzi parlano con insistenza. È l’aspetto che mi colpisce di più, insieme al numero delle richieste. Li accompagneremo in un percorso dentro le istituzioni, per capire come si costruiscono le politiche, come funzionano un Consiglio Ue o un tavolo di crisi e ciò anche alla luce di riferimenti autocritici che la mia esperienza politica e di governo mi suggerisce. Voglio insistere su quanto competenza e rigore nei comportamenti siano determinanti per una classe dirigente che non sfiguri nel contesto internazionale e sappia interagire con credibilità e solidità argomentativa con quella europea. Che sappia “essere” realmente europea.

Alla base dell’idea c’è la correlazione tra politiche e politica che Nino Andreatta – uno che, a proposito di schiena dritta, fu fatto fuori dai vertici del suo stesso partito per essersi opposto all’insabbiamento della verità nella vicenda Ior – Banco Ambrosiano – amava richiamare. Niente a che vedere con un supposto primato della tecnica. Piuttosto, è un’aspirazione all’autorevolezza intesa come unico requisito per uscire dalla gabbia tra populismo e tecnocrazia che sempre di più sembra mortificare la democrazia europea.

Formare i giovani ed educarli alla gestione della complessità è una sfida enorme che coinvolge ciascuno di noi. E ha ragione Viroli: l’ultima cosa che dobbiamo somministrare ai ragazzi è l’indottrinamento unito al professionismo politico. La formazione di partito, che pure ha avuto un senso in passato, non funziona più. Oggi a fare la differenza è semmai uno sguardo ricco, “pieno”, realmente critico su ciò che ci succede attorno. Uno sguardo soprattutto “libero”, autonomo, ben piantato nella società. La nostra sarà per questo un Scuola non di partito, ma aperta a tutti: a chi vota e crede nel Pd e quanti si riconoscono nei valori costituzionali e nella dedizione all’interesse generale. Non aspira a formare funzionari, ma civil servant. E ciò in ogni ambito: nelle istituzioni, nei media, nell’impresa, nella Pa, in azienda.

Perché sì, la politica resta la più nobile delle attività umane. Lo si comprende ancora meglio quando si sceglie di viverla come un impegno per la comunità e non come un mestiere. Quando non si dipende da essa, né materialmente, né emotivamente. Ed è questo, forse, il più importante “insegnamento alla vita” che con certezza mi sento oggi di poter trasmettere ai tanti ragazzi che vogliono credere ancora nella cosa pubblica.

di Enrico Letta

Questo articolo e’ stato originariamente pubblicato da il Fatto Quotidiano 

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