Alert: l’Europa come la vuole Bundesbank

Jens Weidmann, n.1 della Banca centrale teutonica, spiattella il suo progetto egemonico lacrime e sangue per rendere la vita ancora piu’ difficile ai paesi deboli  della zona euro. …

Jens Weidmann, n.1 della Banca centrale teutonica, spiattella il suo progetto egemonico lacrime e sangue per rendere la vita ancora piu’ difficile ai paesi deboli  della zona euro.

Una nuova autorità per un controllo stretto sui conti pubblici dei Paesi dell’ euro, separata dalla Commissione di Bruxelles, e tenuta a distanza di sicurezza dalla politica. Una procedura fallimentare riservata ai Paesi dell’ area che dovessero averne bisogno. E per qualunque governo richiedesse il sostegno del fondo salvataggi europeo (l’ Esm), la ristrutturazione automatica del debito che rinvii di almeno tre anni tutti i rimborsi dei titoli di Stato ai risparmiatori così come ai grandi investitori.

Jens Weidmann affida a un intervento sul settimanale tedesco «Focus» le sue idee per rendere la zona euro diversa da ciò che è stata fin qui: nelle sue parole eloquenti riguardo alla vera posta in gioco, per renderla «un successo che duri». L’ editoriale per «Focus» del 47enne presidente della Bundesbank apparirà stamattina, e i suoi effetti non sembrano affatto destinati a esaurirsi in pochi giorni. È un’ iniziativa che non ha niente di improvvisato né nei tempi, né nel merito.

Al chiudersi di questo capitolo della crisi greca, Weidmann sceglie di entrare nel dibattito sul futuro dell’ euro con il progetto di una «Maastricht plus». E almeno una delle sue proposte più dirompenti ricalca idee che Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze di Berlino, ha già presentato a porte chiuse: accantonare la Commissione europea nella vigilanza delle finanze pubbliche perché, parole di Weidmann, «attraverso di essa Paesi con deficit eccessivi fanno un uso piuttosto lassista e politico delle regole». Al posto della squadra di Bruxelles, il leader della Bundesbank pensa a un nuovo organo indipendente, puramente tecnico, incaricato della vigilanza sui bilanci pubblici. Questa nuova autorità «avrebbe un compito chiaro, un mandato inequivocabile e non sarebbe coinvolta nel processo negoziale della politica europea». Niente di tutto questo significa che il presidente della Bundesbank vuole separare le scelte sulle tasse e la spesa nell’ area euro dalla pratica della democrazia. Ma vuole spostare quest’ ultima in un’ altra sede, il consesso dei governi: «Toccherebbe al Consiglio dei ministri economici e finanziari (europei, ndr) tirare le conclusioni», scrive Weidmann.

Quali che siano le ragioni e i torti, è un progetto che va in direzione opposta rispetto alle idee del governo italiano in vista della legge di Stabilità. Pur di tagliare le tasse, Matteo Renzi è pronto a rinviare ancora una volta il pareggio di bilancio e a correre il rischio di far salire il deficit. Da Francoforte invece Weidmann sostiene che non si possono ignorare le regole comuni di bilancio e allo stesso tempo chiedere che i contribuenti degli altri Paesi si tengano pronti a soccorrere tramite i meccanismi europei di solidarietà. «Una condivisione degli oneri e trasferimenti di bilancio fra Paesi – sostiene il banchiere tedesco – possono essere discussi solo se c’ è una rinuncia alla sovranità». Solo, scrive Weidmann, «se gli Stati membri rispondono direttamente delle loro scelte ai responsabili di un livello centrale europeo» in un modello di unione politica.

Quanto a questo, non manca una frecciata a una recente proposta italiana: quella di un sistema europeo di sussidi ai disoccupati, se perseguito solo con parziali rinunce alla sovranità di bilancio. «A che punto saremmo nella crisi greca – si chiede Weidmann – se già oggi ci fossero strumenti del genere e gli altri Stati membri dell’ unione monetaria dovessero finanziare le promesse elettorali del governo greco e le sue iniziali politiche contrarie alla crescita?». È con queste premesse che il presidente della Bundesbank cala la carta più pesante: una nuova clausola nei titoli di Stato destinata, se diventasse realtà, a far salire gli oneri gli interessi per i Paesi più fragili. Quando un governo dell’ area euro chiede un prestito al fondo salvataggi Esm, propone Weidmann, le scadenze di rimborso dei suoi titoli di Stato slittano «per esempio di tre anni». Recita l’ intervento su Focus: «Così diminuirebbero i volumi dei prestiti dell’ Esm e il rischio sui contribuenti degli altri Stati, gli investitori dovrebbero tenersi la responsabilità delle loro scelte e non potrebbero scaricarne alla leggera le conseguenze sui contribuenti europei». Gli stessi investitori a quel punto chiederebbero rendimenti più alti per rischiare sui titoli di Stato.

Senza fare nomi, quella di Weidmann suona come una frecciata alle banche tedesche e francesi uscite indenni dalla Grecia grazie ai salvataggi europei. Non è un caso che ora il presidente della Bundesbank proponga anche una vera e propria procedura fallimentare: un equivalente dell’ americano «chapter 11», ma riservato agli Stati. E forse è la sola delle sue idee su cui il governo italiano si troverà d’ accordo.

di Federico Fubini

Questo articolo e’ stato originariamente pubblicato da Corriere della Sera

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5 commenti

  1.   

    Pritchard: così l’euro-sinistra ha svenduto i popoli all’élite
    http://www.libreidee.org/2014/05/pritchard-cosi-leuro-sinistra-ha-svenduto-i-popoli-allelite/

    «Per un terribile rovescio del destino, la politica della sinistra europea sostiene la politica economica più reazionaria: i grandi partiti socialisti europei del dopoguerra sono rimasti intrappolati nella dinamica corrosiva dell’unione monetaria, apologeti della disoccupazione di massa e di un regime deflazionistico stile anni ‘30 che, sottilmente, favorisce gli interessi delle élite». In poche righe, Ambrose Evans-Pritchard fotografa la tragedia europea: i partiti che “inventarono” il sistema di welfare migliore del mondo sono oggi i migliori interpreti del rigore escogitato per demolire proprio quel welfare, il frutto migliore che la sinistra europea sia stata capace di creare dopo la Seconda Guerra Mondiale. Fino a cancellare la stessa idea di Europa come patria comune, traguardo civile di convivenza. E’ stato il centrosinistra europeo a far ingoiare l’amara medicina dell’oligarchia finanziaria, abusando della fiducia storicamente ottenuta dalle fasce popolari e dall’elettorato progressista.
    «Uno dopo l’altro, la stanno pagando tutti», scrive Pritchard sul “Telegraph”, in un’analisi ripresa da “Come Don Chisciotte”. Primo esempio, i Paesi Bassi: «Il partito laburista olandese che diede vita al “Polder Model” e amministrò l’Olanda per mezzo secolo ha perso i suoi bastioni a Amsterdam, Rotterdam e Utrecht, i suoi sostenitori sono scesi al 10% per aver timidamente approvato le politiche di austerità che hanno portato alla deflazione e ad un abbattimento del valore immobiliare tanto da arrivare a ipoteche sul 25% di patrimoni netti negativi». Le politiche recessive «sono velenose per i paesi che già hanno problemi». L’indebitamento delle famiglie olandesi è passato dal 230% al 250% del reddito disponibile dal 2008 a oggi, mentre il debito dei britannici (che si sono tenuti la sterlina) è sceso da 151% al 133% nello stesso periodo. E’ tutta colpa del rigore imposto da Bruxelles, ma il partito laburista olandese «non può fare nessuna critica coerente, perché il suo orientamento pro-Ue lo costringe quasi al silenzio».
    «Il Partito Socialista non ha mai creduto nell’euro e non ci crediamo nemmeno adesso: dobbiamo quindi smettere di chiedere sempre più sacrifici per mantenerlo», ha detto Dennis de Jong, il leader del partito a Strasburgo che si appella a un “Piano B” per smantellare l’unione monetaria in modo ordinato». In Grecia, il socialista Pasok che ha guidato il paese verso la democrazia dopo la dittatura dei “colonnelli”, è sceso al 5,5%: un guscio svuotato da Syriza, che ora con il 25% di voti promette di strappare Atene dalle grinfie della Troika Ue. «Il Pasok si è meritato il suo annientamento», scrive il notista del “Telepgraph”: «Ha cospirato nel colpo di stato fatto nel retrobottega a novembre 2011, ancora una volta accettando le richieste dell’Ue per rovesciare il proprio primo ministro e per annullare il referendum della Grecia sul bail-out. Rinunciò, allora, ad una prova di forza catartica e necessaria con Bruxelles, per la troppa paura di rischiare l’espulsione dall’euro. Questo referendum si farà adesso: Tsipras ha trasformato le elezioni europee di questa settimana in un verdetto sulla servitù del debito».
    Se si può capire la paura della sinistra nei paesi periferici, aggiunge Evans-Pritchard, «il mistero è il motivo per cui un presidente socialista francese, con una maggioranza parlamentare, debba subire passivamente le politiche che stanno fiaccando la linfa vitale dell’economia francese e che stanno distruggendo la sua presidenza». François Hollande ha vinto due anni fa puntando sulla crescita e promettendo di bocciare il Fiscal Compact. Da quando è in carica, però, la disoccupazione francese è salita dal 10,1 al 10,4%, la crescita del Pil è scesa a zero e anche nell’ultimo trimestre la Francia ha perso 23.600 posti di lavoro, dopo i 57.000 perduti nel 2013. Sicché, secondo l’ultimo sondaggio Ifop, l’indice di gradimento di Hollande è crollato sotto il 18%: il peggiore da sempre per un leader francese. «La sua retorica del New Deal non ha portato a niente». Hollande «è capitolato sul Fiscal Compact, accettando una camicia di forza che obbliga la Francia a tagliare il debito pubblico ogni anno per un importo fisso per due decenni, fino a quando non sarà scesi al 60% del Pil, a prescindere dalla demografia o dal gap che esista nel settore privato o dalle esigenze di investimento dell’economia».
    La sua presidenza? «E’ stata tutto uno spettacolo dell’orrore di pacchetti di austerità, uno dopo l’altro, un circolo vizioso di maggiori imposte che fanno abortire qualsiasi recupero e lo debilitano con un effetto moltiplicatore che peggiora la situazione». Inasprimento fiscale nonostante il disavanzo: è la ricetta per il suicidio, se la Bce non interviene per compensare con iniezioni di denaro. «La risposta di Hollande è stata un raddoppio del rigore per infiocchettare il pacchetto: ha ceduto alle richieste di Bruxelles per altri 50 miliardi di euro di austerità nei prossimi tre anni». Questa volta, «la scure cadrà sulla spesa pubblica, arrivata al 57% del Pil». Inoltre, «ci saranno radicali riforme del lavoro, una variante della terapia-shock Hartz IV che servì per fottere i salari tedeschi dieci anni fa». In altre parole: se il socialista Hollande ha fatto pace con le grandi imprese, «sarà l’austerità a farlo a fette».
    Hollande si era prodigato per una “alleanza latina” per contrastare i deflattori quando presero il potere e per costringere la Germania a mettere il veto sulle azioni della Bce. Quella momentanea dimostrazione di grinta aveva spinto Draghi verso un piano di retromarcia sul debito italiano e spagnolo nel mese di agosto 2012, aiutato molto da Washington, ma poi non è andato avanti «e la Spagna ha continuato per la sua strada, come se fosse una Prussia del Sud o una nuova Tigre latina». La Bce? «Ancora una volta ha continuato a rigirarsi i pollici, incurante della deflazione». Francoforte «ha lasciato che i vincoli negativi bloccassero il bilancio francese facendolo ridurre di 800 miliardi, mentre l’euro si è rivalutato dell’ 8% contro lo yuan e del 15% contro lo yen, in un anno». Mentre gran parte del mondo sta cercando di tener basso il cambio delle valute e la deflazione delle esportazioni, l’Europa «è rimasta l’unica e tenersi tutto il pacco sulle spalle».
    I francesi non possono accettare di morire per asfissia economica: «La Francia è il cuore pulsante dell’Europa, l’unico paese con una statura di civiltà capace di condurre una rivolta e di prendersi carico della macchina politica dell’Unione Monetaria. Ma per scoprire il bluff della Germania, con una minima credibilità, Hollande dovrebbe essere pronto a rovesciare tutto il progetto dalle sue fondamenta e persino a rischiare una rottura sull’euro». Ed è quello che non farà mai. «Tutta la sua vita politica, da Mitterrand a Maastricht, è stata intessuta negli affari europei». Hollande «è prigioniero dell’ideologia di questo progetto, convinto come è che un condominio franco-tedesco rimanga la leva del potere francese e che sia l’euro a tenere legati i due paesi». Lo statista francese Jean-Pierre Chevenement confronta l’acquiescenza di Hollande con il corso rovinoso dei decreti deflazionistici di Pierre Laval nel 1935 durate il Gold Standard, cioè «l’ultima volta che un leader francese pensò di dover cavare sangue dal suo paese per difendere il vezzo di un cambio fisso».
    E’ la verità brutale, aggiunge Evans-Pritchard: «I socialisti francesi pensavano di non avere nulla da temere dall’ascesa del Fronte Nazionale, un partito che si prepara a sfruttare la furia prorompente dalla “France Profonde”, con l’impegno di ripristinare il controllo sovrano francese su tutto ciò che conta nella nazione, e che ha messo l’euro al primo posto tra i suoi compiti». I socialisti pensavano che il Fn avrebbe tolto voti ai gollisti, dividendo la destra? Errore: Marine Le Pen «sta dilaniando, con lo stesso vigore, anche le loro proprie roccaforti della classe operaia». Hanno sottovalutato la Le Pen, ora quotata al 24%, e sono scivolati al terzo posto, travolti dal “lepenismo di sinistra”, nuovo guardiano del welfare francese. I socialisti «non hanno nessuna risposta» da opporre agli attacchi del Fn sulla “austerità insensata” e “le politiche monetarie folli della Bce”, che continuano a intaccare il nucleo industriale della Francia. La Le Pen ripete che il prgetto dell’euro coincide con la disoccupazione di massa? «E’ tutto vero», dice Evans-Pritchard, ed è per questo che Hollande non sa cosa rispondere a Marine Le Pen.
    Tutto cominciò con il “referendum rubato”, la fatidica decisione di approvare il Trattato di Lisbona senza farlo votare, dopo che il popolo francese aveva già respinto un testo quasi identico chiamato “Costituzione europea”. «Nella scelta di ignorare la scelta del popolo del maggio 2005 – scrive Evans-Pritchard – i leader francesi hanno anticipato tutto quello che stiamo vedendo ora in Europa», ovvero «le scosse di assestamento di quel terremoto anti-democratico in Europa», per dirla con Coralie Delaume e il suo “Gli Stati Disuniti d’Europa”. «I socialisti dicono che è un oltraggio rifiutare un referendum su Lisbona, ma quando venne il momento di votarlo in parlamento, 142 deputati e senatori si astennero, e 30 votarono a favore del Trattato e diedero al presidente Nicolas Sarkozy la maggioranza dei tre quinti», ricorda Evans-Pritchard. «Le élite pensavano di essersela cavata con le loro prestidigitazioni su Lisbona? Non se l’erano cavata affatto», ma è ormai storia lo squallore del centrosinistra europeo, senza il quale l’oligarchia neoliberista non arebbe mai potuto imporre la crisi, attraverso il progetto neo-feudale chiamato euro.

    «Per un terribile rovescio del destino, la politica della sinistra europea sostiene la politica economica più reazionaria: i grandi partiti socialisti europei del dopoguerra sono rimasti intrappolati nella dinamica corrosiva dell’unione monetaria, apologeti della disoccupazione di massa e di un regime deflazionistico stile anni ‘30 che, sottilmente, favorisce gli interessi delle élite». In poche righe, Ambrose Evans-Pritchard fotografa la tragedia europea: i partiti che “inventarono” il sistema di welfare migliore del mondo sono oggi i più inflessibili interpreti del rigore escogitato per demolire proprio quel welfare, il traguardo più avanzato che la sinistra europea sia stata capace di centrare dopo la Seconda Guerra Mondiale. Fino a cancellare la stessa idea di Europa come patria comune, traguardo civile di convivenza. E’ stato il centrosinistra europeo a far ingoiare l’amara medicina dell’oligarchia finanziaria, abusando della fiducia storicamente ottenuta dalle fasce popolari e dall’elettorato progressista.

    «Uno dopo l’altro, la stanno pagando tutti», scrive Pritchard sul “Telegraph”…
    ecc…

  2.   

    Tshirt
    …leggiti anche questo…
    http://www.libreidee.org/2015/01/di-battista-aprite-gli-occhi-sulleuro-o-sparirete-dalla-storia/

    …che l’Italia non sta morendo di corruzione, né di evasione fiscale, né di mafia. L’Italia sta morendo di euro. Corruzione, evasione e mafia esistevano già prima, ma c’era lavoro per tutti. C’erano benessere, risparmi, economia, aziende. In una parola: c’era la lira sovrana, la moneta che lo Stato poteva “fabbricare dal nulla”, senza limiti. Oggi, lo Stato è in bolletta perché la moneta non ce l’ha più, la deve elemosinare a caro prezzo sui mercati finanziari e prelevare direttamente dai cittadini, sotto forma di tasse. Tragedia nella tragedia? In Parlamento, l’opposizione non se n’è ancora accorta. Lo scrive Giulio Betti in una lettera aperta a Di Battista, reduce da un retorico intervento sullo scandalo “Mafia Capitale”, completamente fuori bersaglio: «Quando in una scuola manca la carta igienica, pensate alla corruzione», raccomanda Di Battista. «Quando vostro figlio cerca lavoro in un call center in India, pensate alla corruzione. Quando manca un posto letto in ospedale, pensate alla corruzione. Quando vedete strade distrutte, mondezza dovunque, infrastrutture ferme da anni, pensate alla corruzione»….
    ecc…

  3.   

    Tshirt
    …leggiti anche questo…

    Della Luna: Germania criminale, utile idiota dello Zio Sam

    MERKEL E SERSE: CONQUISTARE LA GRECIA
    Posted on 14/07/2015 by admin
    Tshirt
    …leggiti anche questo…

    Della Luna: Germania criminale, utile idiota dello Zio Sam
    MERKEL E SERSE: CONQUISTARE LA GRECIA
    Posted on 14/07/2015 by admin

    MERKEL E SERSE: CONQUISTARE LA GRECIA

    Populisti anti-europei o Anti-imperialisti? Chi vuole cedere sovranità alla UE o alla BCE, in realtà la vuole cedere alla Germania. Non c’è alcuna “Unione”, solo Finzione….
    …ecc…

    MERKEL E SERSE: CONQUISTARE LA GRECIA

    Populisti anti-europei o Anti-imperialisti? Chi vuole cedere sovranità alla UE o alla BCE, in realtà la vuole cedere alla Germania. Non c’è alcuna “Unione”, solo Finzione….
    …ecc…

  4.   

    Tshirt
    …leggiti questo… e vedrai che l’Italia non è messa peggio degli altri…
    I leader Ue sono marci: tangenti da 120 miliardi l’anno
    http://www.libreidee.org/2014/06/i-leader-ue-sono-marci-tangenti-da-120-miliardi-lanno/

    L’Europa è malata. Quanto gravemente è questione non sempre facile da giudicare. Ma tra i sintomi ce ne sono tre di cospicui, e interrelati. Il primo, e più familiare, è la svolta degenerativa della democrazia in tutto il continente, di cui la struttura della Ue è a un tempo la causa e la conseguenza. Lo stampo oligarchico delle sue scelte costituzionali, a suo tempo concepite come impalcatura di una sovranità popolare a venire di scala sovranazionale, nel tempo si è costantemente rafforzato. I referendum sono regolarmente sovvertiti se intralciano la volontà dei governanti. Gli elettori le cui idee sono disdegnate dalle élite rigettano i governi che nominalmente li rappresentano, l’affluenza alle urne cala di elezione in elezione. Burocrati che non sono mai stati eletti controllano i bilanci dei parlamenti nazionali espropriati del potere di spesa. All’involuzione generalizzata si è accompagnata una corruzione pervasiva della classe politica, argomento su cui le scienze politiche, parecchio loquaci a proposito di quello che nel linguaggio dei contabili è definito il deficit democratico dell’Unione, solitamente tacciono.

    Le forme di tale corruzione devono ancora trovare una tassonomia sistematica. C’è la corruzione pre-elettorale: il finanziamento di…
    …ecc…

  5.   

    HA RAGIONE LA GERMANIA! – Se debbo essere sincero, dopo aver letto l’articolo, sono d’accordo con il presidente della Bundesbank. Non mi piace ovvio che sia un banchiere e non il Parlamento a lanciare questi progetti, ma diciamoci la verita’: Weidmann ha ragione da vendere. I greci, e noi italiani, non impareremo mai a gestire i nostri paesi, saremo creativi e geniali, un sacco di arte e storia, braci nel cibo moda e design ma…. non siamo seri, siamo patetici e corrotti . Dunque non ci sono alternative. E per semplificare direi: o deleghiamo tutto alla Germania, oppure facciamo saltare il banco Europa facendo in modo che sia la Germania a tornare al marco mentre tutti gli altri rimangono nell’euro. Non so che ne pensate. Io sono stufo di questo dominio tedesco di fatto senza che gli altri dicano nulla, nessuno ha le palle per protestare. E Renzi? Conta come il 2 di picche.