Israele, Netanyahu e gli ultra ortodossi. L’intreccio tra religione e politica

E’ la prima volta nei 71 anni di vita del paese, che un premier incaricato non riesce a formare un governo e si ritorna alle urne.

Un anno perso. E’ l’idea che si coglie sui giornali israeliani dopo la convocazione di nuove elezioni perché l’ex premier Benjamin Netanyahu non è riuscito a formare un governo. Eppure le condizioni per farcela c’erano: con 35 seggi conquistati su 120, il suo Likud è stato il partito più votato nelle politiche  del 9 aprile (alla pari con il Blu e Bianco di Benny Gantz). E pesavano per 75 seggi i voti dei partiti che, dopo le elezioni, avevano chiesto al presidente Reuven Rivlin di incaricare Netanyahu di formare il nuovo governo dello Stato israeliano.

La prima volta in 71 anni
Eppure, Bibi non ce l’ha fatta. Si tornerà a votare il 17 settembre. Considerando che le elezioni furono indette a dicembre e che dalle prossime elezioni di settembre alla formazione del governo passerà oltre un mese, ecco che si è perso un anno. E’ la prima volta in Israele, nei 71 anni di vita del Paese, che un premier incaricato non riesce a formare un governo e si ritorna alle urne. Eppure, le elezioni del 9 aprile erano state viste come un referendum su Netanyahu, vinto in maniera netta dall’esponente del Likud.

E’ stato lo stesso ex premier a convincere i suoi a votare per lo scioglimento della Knesset, soprattutto per impedire che il presidente Rivlin potesse dare a qualcun altro, magari al rivale Gantz, l’incarico di formare il governo. Le ragioni dell’esecutivo mancato sono diverse. La questione del servizio militare degli ultra-ortodossi è la buccia di banana o, se volete, la cartina di tornasole, la punta dell’iceberg del problema.

Una questione personale, più che politica e/o religiosa
Netanyahu e Avigdor Lieberman, l’uomo che ha di fatto impedito a Bibi il quarto mandato consecutivo (solo David Ben-Gurion ha fatto meglio di lui, guidando il Paese dalla sua nascita per cinque mandati consecutivi come premier), hanno avuto un rapporto conflittuale da sempre. L’esponente dell’ebraismo russo, si era dimesso da ministro della Difesa provocando la crisi nel governo di Netanyahu, per una diversa visione sulla tregua a Gaza.

Le sue posizioni sugli Haredim, gli ebrei ortodossi che rappresentano il 10% della popolazione (ma che, secondo proiezioni, saranno molti di più negli anni a venire, visto che crescono a ritmi sconvolgenti per i tanti figli che fanno) erano note, soprattutto la sua idea di uguaglianza e giustizia sociale.

Da ministro della Difesa, si era battuto e aveva ottenuto che non ci fossero discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. E, forte di una sentenza della Corte Suprema, Lieberman si è impuntato sulla necessità che anche gli ortodossi ebrei servano nelle forze armate come tutti i giovani e le giovani israeliane.

Che fosse una sorta di vendetta dell’ex ministro nei confronti di Netanyahu è stato chiaro quando nelle febbrili ore di mercoledì 29 sera, Bibi cercava la quadratura del cerchio e ha ceduto sulla questione del servizio militare degli Haredi. Ma Liberman gli ha lo stesso sbattuto la porta in faccia.

L’intreccio tra religione e politica
Che si tratti di una vendetta personale, lo dimostra anche un’altra cosa: pensare che la religione sia avulsa dalla vita, anche politica, del Paese, indipendentemente da chi governi, significa non conoscere Israele che, va ricordato, viene anche chiamato Terra Santa. Arrivi venerdì sera o di sabato? Il tuo albergo non fa check-in, gli autobus e i treni non funzionano, gli ascensori non possono essere comandati e si fermano a tutti i piani, ristoranti chiusi, servizi ridotti al lumicino. Ed è un paese laico. Ti vuoi sposare? Se non sei ebreo non puoi, ma, indipendentemente dal tuo orientamento sessuale, religioso o  politico, se ti sposi all’estero il matrimonio può essere riconosciuto in Israele.

Sono solo alcuni esempi. A Gerusalemme, la polizia israeliana che controlla la zona est (palestinese) nella quale si trova anche la città vecchia, ha fatto anticipare di un giorno la tradizionale processione cattolica per le vie del quartiere cristiano guidata dal vescovo, che sancisce la fine del mese mariano, perché venerdì 31 coincideva con l’ultimo venerdì di Ramadan (termina martedì 4).

La laicità si scontra con la vera essenza del Paese, che dimostra come la questione degli ebrei ortodossi a molti risulta essere una scusa. L’azione è stata anti-Netanyahu, un referendum politico contro quello popolare: l’ex premier, nelle ultime ore, le ha provate tutte, offrendo ministeri anche agli arabi e ai laburisti, suoi nemici storici. Ma non al Blu e Bianco di Gantz.

Meglio le urne che l’alleanza con Gantz
Quella che sembrava essere la coalizione più naturale non è stata presa in considerazione da Netanyahu. Anzi. Ha preferito tornare alle urne pur di concedere qualcosa al suo ex capo di stato maggiore. Che, dalle elezioni ad oggi, non si è fatto sentire molto, tant’è vero che qualcuno mette in discussione la sua leadership, anche se i partiti di sinistra e gli arabi gli hanno offerto il loro appoggio per settembre.

Tra l’altro, l’ennesimo referendum su Netanyahu del 17 settembre precederà di un mesetto le audizioni per i casi di corruzione nei confronti dell’ex premier, secondo il calendario stabilito dal procuratore generale Avichai Mandelblit. Difficile che Netanyahu riesca a ottenere un altro rinvio. E, su tutto, incombe la politica internazionale, con il forum che a giugno ospiterà il Bahrein, nel quale verrà svelato il piano economico di Donald Trump per il Medio Oriente, che è stato criticato dalla Palestina per la mancanza di informazione, coinvolgimento e di discussione politica, chiedendone il boicottaggio.

Fonte: https://www.affarinternazionali.it

Tag

Partecipa alla discussione