Il Fu Made in Italy: 50 aziende delocalizzano malgrado miliardi di aiuti

Nel 2019 ben 41,6 miliardi di fondi pubblici europei destinati al privato: soldi buttati visti i tanti casi di fughe all'estero e licenziamenti.

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A emigrare non sono solo i giovani ‘cervelli’. Anche decine di aziende gioiello del Made in Italy sono in fuga verso l’estero. Questo nonostante i tanti miliardi di aiuti pubblici ricevuti dall’Unione Europea.

Nel 2019 i fondi pubblici destinati alle aziende hanno toccato i 41 miliardi e 600 milioni di euro in Italia. Sono soldi buttati visti i tanti casi di delocalizzazione, quasi tutti nel settore manifatturiero. E come denuncia Il Fatto Quotidiano nell’edizione cartacea in edicola lunedì 11 novembre, non esiste ancora una legge perché vengano restituiti i soldi andati perduti.

Il quotidiano diretto da Marco Travaglio ricorda che sono “quasi 365mila lavoratori che dal 2002 a oggi, secondo il database compilato dall’ufficio Eurofound dell’Unione Europea, sono stati “dismessi” in una delle 734 crisi aziendali di grandi dimensioni che hanno colpito il nostro Paese”.

I dati dell’ufficio Eurofound europeo mostrano che ci sono state 734 crisi aziendali di grandi dimensioni in Italia, il 5% dell’UE. Nel database compaiono tuttavia soltanto i casi di ristrutturazione più grossi, in cui un centinaio di posti di lavoro – almeno – viene cancellato. In alternativa, l’effetto negativo si deve sentire sul 10% dell’occupazione di un’impresa con più di 250 dipendenti.

Aziende, spesso a licenziare è chi ha ricevuto aiuti pubblici

Sono numeri inquietanti, solo parzialmente giustificati da una delle peggiori crisi economiche dal Dopoguerra. Un altro aspetto su cui punta il dito l’autore dell’articolo, Nicola Borzi, è il fatto che dei 41,6 miliardi di fondi pubblici destinati alle aziende connazionali, ben 19,3 miliardi sono da ritenere “dannosi per l’ambiente“.

Cinquanta i casi italiani in cui negli ultimi anni, stando ai dati dell’Unione Europea, il calo della forza lavoro è stato usato come giustificazione per trasferire gli stabilimenti all’estero. Una sola di queste aziende non è attiva nel settore manifatturiero. Se da un lato dal 2002 a oggi le società in Italia hanno creato 4 milioni e 70 mila posti di lavoro, dall’altro il saldo resta negativo.

“Con l’aggravante che spesso a licenziare è chi ha ricevuto aiuti pubblici“.

I dipendenti interessati dai tagli attuati a causa delle delocalizzazioni di gruppi come Rolam, Irca (620 tagli), De’ Longhi, Agv, International Rectifier, Wella, Olivetti, Cofra, Rectifier, Marzotto (due volte), Invensys, Bialetti, Sogefi, Indesit (600 tagli), Whirlpool, Embraco, Landi Renzo, Alstom, Dorel, Antonio Merloni – per fare qualche nome – sono 11.527. Si tratta del 3,16% di quelli coinvolti nelle crisi maggiori. La riduzione della forza lavoro è in media di 200-300 unità.

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