Nasdaq, società ha quasi mezzo miliardo di dollari in Bitcoin: è l’inizio di un trend

Microstrategy ha adottato la moneta virtuale come riserva, una strategia mirata non a speculare o per mettersi al riparo dall'inflazione, bensì "per adottare uno standard Bitcoin". Altri seguiranno l'esempio.

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(WSC) LONDRA – In diversi paesi del mondo, Ue compresa, le autorità stanno proponendo di regolamentare le criptovalute e le stablecoin. Sui mercati le divise crittografiche basate sulla blockchain stanno salendo di prezzo progressivamente (vedi grafico sotto). Tanto che anche aziende quotate ora preferiscono avere le proprie riserve in una moneta che consente di effettuare pagamenti più rapidi e meno costosi. È il caso di Microstrategy, la cui metà degli asset ora è costituita da Bitcoin.

Un mese fa una società quotata sul Nasdaq ha fatto scalpore quando ha deciso di convertire un quarto di un miliardo di dollari in Bitcoin, adottando la moneta digitale più popolare e capitalizzata al mondo come riserva principale.
Con quell’operazione Microstrategy ha acquistato 21.454 Bitcoin. Successivamente, con un altro investimento importante, l’azienda guidata dall’amministratore delegato Michael Saylor ha accumulato altri 16.796 Bitcoin per ulteriori 175 milioni di dollari.

“Gli asset di riserva – si legge nella comunicazione recapitata dalla società di business intelligence alla SEC – consisteranno in cash, strumenti equivalenti e investimenti a breve termine detenuti dalla società che eccedono le esigenze di capitale circolante, e Bitcoin detenuti dalla società, con il Bitcoin che funge da asset di riserva primaria su base continuativa”.

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Cosa c’è dietro all’investimento insolito di Microstrategy

Saylor ha spiegato il motivo della sua scelta usando una metafora. “Ci siamo resi conto di essere seduti su un cubetto di ghiaccio da 500 milioni di dollari che si sta sciogliendo”. La maggior parte dei commentatori e analisti di mercato l’ha interpretata come una misura per mettersi al riparo dall’inflazione e dettata dal desiderio di proteggere i propri fondi.

In realtà il manager del gruppo, con oltre 480 milioni di dollari di ricavi annuali e più di 900 milioni di dollari di asset totali, stava pensando più in grande. “Questa non è né speculazione, né un’operazione per coprirsi da rischi. Si tratta di una strategia aziendale deliberata per adottare uno standard bitcoin“.

Si tratta di un cambiamento radicale nel mondo delle imprese. Al momento esiste soltanto un’altra società che ha annunciato pubblicamente di aver acquistato Bitcoin. È la catena di ristoranti Tahini con sede in Canada. In tutti i casi il ragionamento di Microstrategy, assolutamente unico nel suo genere, potrebbe rivelarsi lungimirante.

Il mercato ha reagito positivamente alla notizia sorprendente di agosto, con il prezzo delle azioni di Microstrategy che è salito da 123 a 137 dollari in 48 ore. Anche con la seconda operazione, annunciata questo mese, l’effetto è stato simile. Il valore in Borsa dei titoli ha fatto un altro salto in avanti di oltre il 9%, attestandosi a 155 dollari.

A parte la reazione dei mercati e l’investimento in sè, quello che è veramente interessante di questa storia sono le implicazioni e l’obiettivo a lungo termine dell’operazione di Saylor.

Offerta di Bitcoin, cosa si nasconde dietro i numeri

Innanzitutto va considerato che i 38.350 bitcoin in mano a Microstrategy rappresentano lo 0,18% dell’intera fornitura mondiale. Non solo per il momento, bensì di sempre (il numero di Bitcoin che posso essere prodotti dai miner è infatti limitato).

Saylor ha chiarito che intende far sì che questo investimento duri più a lungo del suo mandato di CEO. “Vorrei che l’azienda investa 425 milioni di dollari per i prossimi 100 anni“. Dalle sue parole si può dedurre, quindi, che il suo impegno a passare a un “Bitcoin Standard” è reale. I Bitcoin che ha in mano in teoria potrebbero essere svenduti in un batter d’occhio, ma il management non ha intenzione di tornare sul mercato a breve.

Facendo due calcoli si può ipotizzare che a gli altri rimanga il 99,82% dei Bitcoin. In realtà in circolazione ce ne sono molti meno e tre sole aziende hanno in mano il 4,34% dell’offerta totale. Block.one detiene infatti circa 140.000 bitcoin (circa lo 0,66%) e Grayscale più o meno 400.000 (circa l’1,9%). Quest’ultima ha anche intenzione di continuare ad acquistare fino al 3,5% del totale delle azioni, ovvero 735.000 bitcoin.

Una volta completato l’investimento di Grayscale, il 4,34% dell’offerta totale sarebbe fuori circolazione per un periodo di tempo molto lungo, se non permanente. In realtà, tenuto conto dei Bitcoin che ancora devono essere messi in circolazione, al momento l’offerta è di 18 milioni 490 mila e 581 BTC e non di 21 milioni (il numero limite prefissato). Ci vorranno 120 anni circa affinché quei Bitcoin siano effettivamente messi a disposizione. Se poi si calcola che circa 4 milioni di Bitcoin sono andati perduti o sono stati bloccati per sempre, si arriva a un’offerta restante di 14 milioni e 490 mila monete.

Chi farà la prima mossa ora che la diga è venuta giù

Significa che a Microstrategy spetta lo 0,26% del totale, a Block.One quasi l’1% (0,97%) e a Grayscale (una volta completato l’investimento, 5,07%. Ovviamente ci sono anche tante altre società e individui che possiedono un gran numero della crypto, il che limita ulteriormente il Bitcoin in offerta. I gemelli Winklevoss, ad esempio, possiedono un altro 1% dell’intera offerta (circa l’1,44% se si tiene conto di quanto calcolato sopra).

Il morale della storia è che l’offerta di Bitcoin è decisamente scarsa. E se anche solo una piccola percentuale di altre grandi società quotate dovesse seguire le orme di Microstrategy, prosciugherebbero del tutto la quantità di Bitcoin in circolazione.

Visti e considerati non solo gli incentivi finanziari ma anche i chiari vantaggi in termini di immagine e pubbliche relazioni (basti pensare al balzo in Borsa registrato da Microstrategy), è alta la tentazione di seguire l’esempio di Saylor per i top manager di qualsiasi grande impresa con tanta liquidità a disposizione.

Senza tenere conto dei vantaggi che potrebbe comportare l’essere tra i primi ad adottare per tempo una simile strategia. Resta da vedere chi farà la prima mossa ora che la diga è venuta giù.

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