Scandalizzarsi per Hong Kong? No, grazie. Nota geopolitica a-ideologica

Chi è allarmato per la presunta indipendenza di HK, chi vuole difenderne gli spazi democratici e la sua complessa identità, dovrebbe trovare il nemico in casa. Oltre che a Londra e a Pechino, scoverebbe responsabilità eclatanti anche nell’isola. 

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di J. J. Gittes

(WSC) ROMA – Chi è allarmato per Hong Kong, chi genuinamente vuole difenderne gli spazi democratici e la sua complessa identità, dovrebbe trovare il nemico in casa. Oltre che a Londra e a Pechino, scoverebbe responsabilità eclatanti anche nell’isola.  Troppo facile prendersela con l’esecutivo: l’amministrazione di Carrie Lam è imbelle, ma paradossalmente irresponsabile, sia perché prende ordini da Pechino, sia perché con la legge sull’estradizione (che non era all’ordine del giorno) ha dato il via ai disordini.

La vera responsabile è la convinzione che Hong Kong avrebbe continuato a prosperare nella sua diversità, che il passaggio alla Cina sarebbe stata una formalità. I cittadini più smaliziati hanno da tempo – anche prima dell’handover – acquistato altri passaporti, i tycoon più scaltri (che spesso coincidono) hanno sostenuto Pechino. La cifra dell’ex colonia è figlia di uno strano matrimonio tra la lontana dirigenza a nord e le corporation dell’isola. La prima non ha mai avuto dubbi, le seconde si sono adattate.

Tutti lo sanno: Hong Kong è Cina; appartiene alla Repubblica Popolare. Nelle trattative tra la corona britannica e il PCC non è mai sorta la possibilità – scartata subito da ambedue le parti – di interpellare gli abitanti sul loro destino. Hong Kong, dopo 157 anni (quando l’isola era un trofeo per la prima guerra dell’oppio) è semplicemente stata restituita.

Eppure questo assunto, realista e semplice fino a rasentare la banalità, non ha perforato numerosi ambienti. Permane l’idea che HK sia la “porta d’accesso alla Cina”. I più misurati dicono “porta di servizio”, altri aggiungono “per i beni di consumo”. Dovrebbero consultare l’orario della Lufthansa per capire finalmente che in Cina si entra dalla porta principale.

Un’occhiata alle statistiche li sorprenderebbe: il più grande mercato al mondo per il lusso è la Cina. Il fascino del Peak e i ricordi di William Holden nel mondo di Suzie Wong sono commoventi, ma sbiadiscono di fronte all’invasione di turisti di nazionalità cinese. Comprano tutto, hanno modi sbrigativi, li chiamano “locuste”, ma nessuno vuole rinunciare al loro shopping.

Quella Hong Kong – esotica, coloniale, malata del peggior orientalismo – non esiste più. Viene rimpianta nei cocktail, nella partite a canasta, nei discorsi a tavola degli expatriate. Sarebbe stato opportuno dedicare analisi ed energie a negoziare un passaggio migliore, a comprendere che la diversità dei 2 sistemi era un trampolino, non un palcoscenico; un’opportunità, non un distintivo. Probabilmente il destino di Hong Kong era segnato dal 1984, alla sigla dell’accordo Deng-Tatcher. Questa crisi, tuttavia, poteva essere evitata se chi ha avuto responsabilità – da Londra a Pechino, da Washington alla stessa Hong Kong – fosse stato spinto da interessi diversi dal pragmatismo e dalla propaganda.

4 – fine 

Articoli precedenti di J.J. Jittes su Hong Kong pubblicati in Chinatown:

Hong Kong: la predizione di Patten, ultimo governatore British

Hong Kong, tutta affari e poca politica. Ognuno ne ha tratto vantaggio

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