Hong Kong, i quattro motivi per cui la Cina si è inimicata tutto il mondo

Chi protesta – se non è un teppista o al soldo di potenze straniere – ha ragioni da vendere. Ma Pechino doveva intervenire: identifica il cedimento con la sconfitta. Privilegia un approccio manicheo, muscolare. È la sua vera debolezza, il non saper trattare.

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di J. J. Gittes

(WSC) ROMA – Perchè Pechino ha imposto una draconiana legge anti sovversione a Hong Kong? Quali sono le ragioni per rendersi ancor più ostile la gran parte della popolazione, dell’opinione pubblica internazionale? Pensava forse che Hong Kong le sfuggisse, che potesse addirittura proclamare l’indipendenza?

Il quadro è complesso; le risposte sono molteplici, evidentemente. Si è sfilacciata la tela dell’alleanza tra il controllo della Repubblica Popolare e il big business di Hong Kong. Chi protesta – se non è un teppista o al soldo di potenze straniere – ha ragioni da vendere. Non solo si stanno restringendo gli spazi democratici, ma il costo della vita è alto, si vive in pochi metri quadri in alveari di cemento, i turisti stavano inondando la città, i cinesi in visita saccheggiano le provviste e lasciano soldi ai commercianti. La città è ricca, ma i suoi cittadini lo sono molto meno. Protestano dunque per ragioni valide, comprese quelle ideali.

La risposta di Pechino si è inasprita almeno per 4 motivi.

  1. L’incompetenza del Governo di Hong Kong nell’assicurare il versante che interessa la Cina: la stabilità. L’esecutivo ha fallito nel garantire il passaggio morbido verso il 2047, quando finirà la lungimirante scelta one country, two systems. La Cina, nell’isola, può sopportare la democrazia, non le strade piene di dimostranti. Dunque, se Carrie Lam non è in grado di adempiere ai suoi compiti, questi sono assunti direttamente da Pechino, più abile e sbrigativa nel sedare le rivolte.
  2. L’ex colonia non può diventare un crocevia di tensioni internazionali. Ce ne sono già troppe. Deve continuare la sua missione di declinante porta di servizio, accettata perché strumentale. Se devia dal percorso assegnato, la questione appartiene all’ordine pubblico, non alla politica. Diritti umani, democrazia, parlamentarismo sono intesi in maniera diversa dall’Occidente e Hong Kong non è Occidente. Questo pensano nella capitale del nord.
  3. Il Segretario generale è un uomo di polso, preparato per il suo ruolo, esperto per dargli sostanza, colto pur se con pochi dubbi. L’esercizio del comando non è una vanità personale, ma un bene per il suo paese: ecco perché lo compie senza tentennamenti. Xi Jinping avrebbe fatto a meno volentieri di occuparsi di Hong Kong. Chiamato a farlo, sceglie i suoi uomini e i suoi metodi.
  4. Infine, perché la Cina non prova a gestire la situazione con sapienza, alternando bastone e carota, cedendo su alcuni punti per conservare i vantaggi fondamentali? Perché non è abituata a farlo, non è duttile, si muove bene nei rapporti di forza. Identifica il cedimento, pur se tattico, con la sconfitta. Privilegia un approccio manicheo prima ancora che pragmatico. Nelle questioni interne – e Hong Kong certamente lo è – non transige. È abituata a regolare i conti con i muscoli. È questa paradossalmente la sua debolezza, l’incapacità di gestire situazioni complesse, di giocare contemporaneamente su più tavoli. Se non glielo ha insegnato il sinocentrismo, avrebbe dovuto farlo la globalizzazione, ma Pechino ne ha colto soltanto i lati più vantaggiosi e immediati.                                                                                                                       3 – continua      

    Articoli precedenti di J.J. Jittes su Hong Kong pubblicati in Chinatown: 

    Hong Kong: la predizione di Patten, ultimo governatore British

    Hong Kong, tutta affari e poca politica. Ognuno ne ha tratto vantaggio

     

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