Stati Uniti: economia imballata, nuovi occupati ai minimi di 6 anni

A sorpresa il numero di nuovi occupati USA a maggio è crollato (+38.000) al minimo da quasi 6 anni. Sono stati rivisti leggermente al ribasso anche i dati …

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A sorpresa il numero di nuovi occupati USA a maggio è crollato (+38.000) al minimo da quasi 6 anni. Sono stati rivisti leggermente al ribasso anche i dati di aprile e marzo. Molti analisti si aspettavano dati più bassi del previsto a causa di uno sciopero che ha coinvolto Verizon, ma il dato è stato veramente troppo basso.

Cala di molto il tasso di disoccupazione (4,7% dal 5%), anche se il dato è stato inficiato dall’uscita di molti lavoratori dalla forza lavoro. Una nota positiva viene dai salari medi orari che crescono ad un ritmo superiore al 2% (2,5% a/a a maggio, in linea con aprile).

Si allarga il deficit commerciale ad aprile (-37,4 Mld$), ma occorre sottolineare che il dato di marzo è stato rivisto fortemente al ribasso (-35,5Mld$ da -40,4).

In sintesi i dati dei nuovi occupati oggi sono stati molto deludenti e lasciano l’interrogativo aperto circa la causa dell’eccessiva debolezza. Probabilmente questo dato contribuirà a togliere quasi del tutto dal mercato l’ipotesi di un rialzo tassi a giugno (stamani i future Fed Fund scontavano tale ipotesi al 22% di probabilità e ridurranno nell’immediato l’ipotesi di luglio).

La reazione del mercato ha visto l’euro dollaro salire da 1,1140 a 1,1280, un peggioramento delle borse ed un marcato calo dei tassi USA (ad esempio il 2 anni è passato da 0,88% a 0,79%).

a cura di Ufficio Market Strategy – MPS Capital Services

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Il mercato del lavoro che non riparte torna ad agitare il sonno della Federal Reserve: la gelata sugli occupati di maggio fa escludere il previsto rialzo dei tassi questo mese, facendo crollare i rendimenti dei treasury americani e dei bund tedeschi e dando un bel grattacapo alla Bce, che si ritrova l’euro sopra 1,13 dollari.

Dopo una politica monetaria quasi decennale fatta di misure senza precedenti per fronteggiare la grande crisi, la banca centrale americana aveva dato il segnale che i tempi erano maturi per un secondo rialzo dei tassi dopo quello, rinviato a lungo, di dicembre.

Con un tasso d’inflazione poco convinto e una crescita che è ben lontana dal potenziale i dubbi erano già tanti. Solo lo scorso 27 giugno, la presidente della Fed Janet Yellen aveva parlato di un mercato del lavoro “davvero migliorato”. I dati di oggi sui posti di lavoro, giudicati dai mercati ben più attendibili del tasso di disoccupazione ufficiale, sono uno schiaffo: non solo i nuovi posti di lavoro a maggio sono stati appena 38.000, il peggior numero dal settembre 2010.

Il dipartimento del Lavoro ha anche rivisto in peggio aprile a 123.000, da 160.000. È vero che pesa lo sciopero dei dipendenti di Verizon. Ma a detta di alcuni economisti il dato di maggio sarebbe persino potuto risultare negativo, non fosse per gli aggiustamenti stagionali.

Un incubo, appunto, sia per l’amministrazione democratica uscente per le evidenti implicazioni elettorali (il voto è a novembre), che per la Fed che sarà con ogni probabilità costretta a fare marcia indietro dopo aver indicato ai mercati che giugno era il mese giusto per una nuova stretta.

Bill Gross, l’ex numero uno di Pimco e ora manager del fondo Janus Global, dice che “un numero simile certamente cancella giugno”: magari se ne parla il mese prossimo (i mercati danno l’aumento a luglio al 38%, la Yellen potrebbe dare indicazioni parlando il 6 giugno e testimoniando al Congresso il 21-22).

Altri – come Chris Sullivan che dirige gli investimenti di United Nations Federal Credit Unions, puntano sul dopo estate, con tutte le incognite a ridosso del voto. Per i mercati è la chiamata a comprare titoli di Stato, con il treasury decennale che segna il calo di rendimenti più forte da febbraio e il bund tedesco (titolo sempre decennale) a tassi quasi record, mai così bassi da aprile 2015 (0,065%).

Un pessimo segnale per la Bce, concentrata nella messa in pratica della sua enorme espansione monetaria: ha superato tutte le altre banche centrali ad esclusione della Bank of Japan, eppure sia l’inflazione che la crescita sono al lumicino. Uno slittamento, l’ennesimo della Fed ha già fatto volare l’euro sopra 1,13 dollari, di fatto annacquando una parte dell’effetto espansivo di Draghi e facendo puntare i mercati sulle sue prossime mosse.

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1 commento

  1. Davide

      

    Ne avevo accennato un po’ di tempo fa. E’ molto probabile che le scadenze che si sono dati alla FED per il rialzo dei tassi d’interesse sul Dollaro, siano troppo ottimistiche, in un quadro generale dove Europa, Giappone e Regno Unito, mantengono i tassi ai minimi, con la invenzione anche di tassi negativi. L’interprretazione data dal mercato oggi, è stata quella di un indebolimento del Dollaro, che sul rumor del rialzo dei tassi, continuava ad apprezzarsi inesorabilmente. Mi sembra come se questi dati sui nuovi posti di lavoro siano una buona occasione per posticipare il tutto, senza perdere la faccia.